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Giornale n. 1 - Dic 1997

Sommario:
Nota: gli scritti in ladino cadorino hanno usato una scrittura semplificata, omettendo accentazione e segni utilizzati dagli specialisti linguisti. Ciò per rendere più facile la lettura, che è per molti difficoltosa essendo il ladino-cadorino una lingua parlata (e non scritta). Ci scusiamo quindi per gli errori e per la semplicità dello scrivere, che vuole però avvicinare tutta la gente alla scrittura e lettura in ladino cadorino. Lasciamo con piacere accenti e lettere strane agli studiosi: noi cerchiamo di parlare con la gente.


SOTE LE FESTE DE NADAL

N òta al farèa gran neveade. A chi tempe al nieve l era nezesario par menà al fen de le mede e dai tabià de montagna, le legne dai tasoi dei coleniei e par portà fòra al ledame par i ciampe e par i prà. Al di de ncuoi al nieve al serve par al sport e par al turismo ma al nevea sempre manco.I tempe i cambia...
A Nadal ntel Cadore l era usanza de di n giro par i paes a ciantà la bela stela, i dovenot i paricèa la stela fata de len fobrada de carta co inte na candela che la se destudèa sempre...Dal Comelego i ienèa fòra co na stela de len, piciola che la sterèa nte rusac. I ciantèa : 'Noi siamo i tre Re Magi dall'Oriente...'

A Pozale l era anca un autra usanza, i portèa per le ciase al bel bambin, co na ziviera nbotida de paia i betèa inte un pupinot de peza: 'Il Gesù Bambinò i ciantèa ' è nato il Redentore... '

La dènte compensèa co puina, fasuoi, mazoce e calche luganega, schei quasi mai.Na gran bela tradizion l era la nuote de Nadal al Matutin: da mèda nuote fin a le doi de bonora dute nte iesia a ciantà. Le femene le se portèa un maton ciaudo par sciaudase i pè.
I doven gnante di inte iesia i dèa a niscolase co la audeta e co la cocia, i pì grande i dèa a niscolase col bobi a anca co calche tosa...A mèda nuote i tachèa a sonà canpanòt, l era bel sentì le ciampane sonà nsieme 'un concerto musicalè.Al Nadal de n òta l era pì puareto ma pì sentì co devozion.

Tita Da Pozale

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Perchè nasce questo giornale?

Nasce per portare in tutte le case del Centro Cadore informazioni e per stimolare la discussione su problematiche relative alla cultura locale, con particolare riferimento alla nostra parlata definita come ladino-cadorina.
Crediamo che, in un periodo in cui tutte le culture particolari rischiano di sparire sotto la spinta di un mondo internazionale, sia importantissimo cercare di valorizzare e di salvare dalla scomparsa quel grande bagaglio di esperienza e di vita che hanno caratterizzato secoli di storia della gente del Cadore.
Uno dei modi principali per non cancellare le nostre radici è quello di rivitalizzare il nostro dialetto, che linguisticamente è ladino-cadorino. Attraverso di lui sono passate centinaia di generazioni e la sua terminologia testimonia la ricchezza di una cultura che si trasmetteva solo di padre in figlio e che sarà inevitabilmente destinata alla scomparsa se non si cercherà di scriverla e di mantenerla non solo all'interno della famiglia ma anche nelle comuni attività quotidiane.
Poche decine d'anni d'industrializzazione hanno cambiato radicalmente il nostro modo di vita, ma sarebbe una triste sconfitta che il miglioramento delle condizioni di vita significasse anche la scomparsa della cultura millenaria che ha caratterizzato il nostro vivere in terra dura di montagna.
Il giornale nasce per stimolare il dibattito sulla cultura e sulla lingua in Centro Cadore: per far si che l'amore per il ladino cadorino non resti ristretto ai pochi studiosi ma che venga riconosciuto dai 'parlanti', da quelli che per generazioni lo hanno usato nella loro quotidianità.
Ci auguriamo che questo invito cada in terra fertile e che ciò possa stimolare interesse per una cultura che è importante, senza alcuna nostalgia per il passato.

Francesca Larese Filon
Presidente dell'Union Ladina del Cadore de Medo

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LADINS DEL CADORE DE MEDO.
Premessa


Vista l'appartenenza indiscussa del Cadore alla popolazione di lingua 'ladinà dolomitica (Pellegrini) nonostante che la parlata abbia perso le caratteristiche più arcaiche e che la 'coscienzà di appartenenza ad una minoranza linguistica sia poco viva nella gente, sembra doveroso far rinascere e rifondare un'associazione che raggruppi i Ladini del Cadore, affinchè possano entrare a pieno diritto nell'Unione Generale dei Ladini.
è in programma un censimento della popolazione Ladina nella provincia di Belluno e la Legge Regionale riconosce la gente ladina come minoranza linguistica e la tutela, sia con iniziative volte allo sviluppo culturale sia con proposte quali l'insegnamento della lingua nelle scuole e la preparazione di programmi radiofonici in Ladino.

Il Cadore ladino

L'aumento delle comunicazioni e la rapida industrializzazione che ha caratterizzato questi ultimi 30 anni ha determinato una progressica 'venetizzazionè della lingua con scomparsa dei termini più caratteristici e arcaici. Il Cadorino che per lavoro ha cominciato ad avere rapporti commerciali e culturali con tutto il mondo ha abbandonato parte della lingua tradizionale, che resta comunque quella più parlata in famiglia. Il dialetto ladino ha però subito un progressivo avvicinamento all'italiano, favorito dalla maggior diffusione dei mezzi di comunicazione, dalla televisione, dall'uso della lingua italiana fra I giovani. Il risultato è un progressivo impoverimento della struttura linguistica tradizionale con perdita dei modi di dire più originali, delle parole tipiche di arti e mestieri ormai abbandonati, , dell'immediatezza del linguaggio tradizionale.
Con la morte dei più vecchi rischia di scomparire per sempre una parte imporante della cultura legata alla lingua ladina che nella nostra valle non è mai stata identificata come indicatore di 'gruppò omogeneo. Anzi, all'interno dei vari paesi la struttura linguistica veniva valorizzata nelle differenze e concepita sempre come 'dialettò inferiore all'Italiano. La parlata tradizionale veniva scoraggiata all'interno delle famiglie nel colloquio con I bambini piccoli, nel nome di una presunta difficoltà futura nell'apprendimento dell'italiano a scuola, con il risultato di aver ridotto parte della 'vitalità della lingua tradizionale.
Proprio per dare un freno alla perdita fisiologica della cultura linguistica per la scomparsa di arti e mestieri del passato e per un''internazionalizzazionè della cultura, si è fatta più viva la coscienza del dialetto come patrimonio culturale importante della nostra gente. Una nascita che oggi vede o ha visto numerosi gruppi culturali lavorare alla realizzazione di vocabolari che cerchino in un qualche modo di 'fissarè parole e modi di dire su carta, e frenare la perdita progressiva.
Anche I giovani hanno ricominciato a valutare il significato del dialetto come identità linguistica di grande valore storico e culturale per la nostra gente: su questa convinzione è stato abbandonato il senso di riverenza incondizionata verso la lingua italiana, migliore e qualificante, e si è ricominciato a parlare il dialetto.
L'arrivo di popolazione immigrata da altre zone d'Italia e dal mondo sta rendendo peròancora più difficile il mantenimento della parlata tradizionale: per tale motivo, proprio nell'ottica della tutala del dialetto-lingua, è importante cercare di sviluppare la coscienza del ruolo importante che ha sempre rivestito e che riveste tuttora il ladino del Cadore.
Per tale motivo risulta necessario intervenire per cercare di valorizzare il ladino cadorino, fare in modo di incoraggiarne l'utilizzo e di studiarne ulteriormente le peculiarità. Con tali finalità deve rinascere un'Associazione che si prefigga lo scopo di valorizzare l'identità ladina del Cadore, di promuoverne lo studio, di diffonderne la conoscenza anche storica, attraverso seminari, corsi nelle scuole, pubblicazione di testi culturali.

L'Associazione, fondata nel 1981 ma da molti anni non più attiva, è stata ricostituita nel maggio 1997 nel corso dell'Assemblea tenutasi nella sala della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore. In tale occasione è stata ripercorsa la storia dell'Associazione e le iniziative intraprese nei primi anni, come I concorsi di poesia ladina e la stampa di materiale informativo sul Cadore. Jolanda Da Deppo, Storica delle Tradizioni Popolari, ha parlato della storia dei dialetti ladini, citando gli autori che nel corso dei decenni li hanno studiati e ne hanno fatto temi di tesi di laurea e di pubblicazioni. Fra questi è stato più volte citato il Prof. G. B. Pellegrini, profondo conoscitore del ladino, che in una recente intervista lo ha definito come un insieme di dialetti piuttosto che una lingua unitaria.
è noto a tutti infatti che la parlata ladina è diversa da zona a zona e da paese a paese con sfumature che la contraddistinguono, ma questo non toglie valore storico e culturale ai dialetti ladini, che in altre zone del Trentino e dell'Alto Adige sono stati valorizzati, tanto da permetterne la conservazione delle proprie originalità.La rifondazione dell'Associazione dei Ladins de Medo si inserisce proprio nella necessità di 'dare valorè ad una parlata e con essa alla storia e alla cultura delle gente del Cadore.
Proprio la zona del Centro Cadore è quella dove gli influssi di altre popolazioni, come quella venete hanno portato alcune modifiche nella parlata tradizionale, facendo lenta-mente scomparire le peculiarità in alcuni paesi (come Pieve ad esempio). Resta però ancora viva nella gente, specialmente negli anziani e nei paesi rimasti un poco più isolati, una lingua ancora ben conservata, che rispecchia le caratteristiche fonetiche del Ladino. Vi sono differenze minori fra paese e paese, come ciò accade in tutte le zone ove si parla ladino e ben sottolineato proprio dai recenti interventi di GB Pellegrini.
Il Centro Cadore è l'area ladina dove meno si è fatto per valorizzare il dialetto parlato come anche storia e tradizioni: il dialetto è sempre stato considerato non un modo di identificarsi in un 'gruppò ben preciso ma una sorta di lingua inferiore rispetto all'italiano, quindi mai valorizzata o incoraggiata, sia negli ambiti familiari che scolastici.
Da queste considerazioni, come anche dal fatto che nel bellunese sono già attivi numerosi gruppi culturali ladini, è nata l'esigenza di ricostituire un'associazione che si ponga come finalità la valorizzazione della lingua ladina, della storia e della conoscenza delle tradizioni popolari.
A tal fine sono stati contattatati tutti I soggetti che nel centro Cadore si stanno occupando della redazione di vocabolari e/o di ricerca storica per coinvolgere quanti possono contribuire allo studio di queste tematiche.
La ricerca linguistica è sempre stata molto attiva in Cadore: è gia stato stampato il vocabolario del dialetto di Auronzo da parte di Ida Zandegiacomo; è in fase di ultimazione quello di Lozzo da parte del gruppo di Giovanni De Diana mentre a Lorenzago, Vigo e Laggio Lina De Donà sta lavorando al vocabolario di questa zona.
L'associazione ha raggruppato queste persone ed altre cultori di storia locale, al fine di promuovere ulteriormente la ricerca storica del territorio: ciò con due obiettivi ben precisi. Da un lato la valorizzazione della parlata e delle culture locali, dall'altro lo studio degli aspetti storico, culturali ed etnografici dell'area cadorina. Queste finalitàpotranno portare in un futuro prossimo una più salda collocazione culturale alla gente cadorina, funzionare da richiamo turistico per il mantenimento della 'tipicità' della zona, costribuire ad evitare la scomparsa di una parlata che significa tradizione e cultura, sulla spinta di un sistema di unificazione progressiva del 'diversò.


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UN FUTURO PER I LADINI CADORINI?
Commenti sul convegno di Arabba sulle minoranze linguistiche


'Ladini del Veneto insiemè è questo il messaggio che i ladini cadorini hanno ribadito nel Convegno organizzato dalla Federazione Ladina e dalla Regione Veneto ad Arabba sulle minoranze linguistiche della nostra Regione.
La rinascita dell'interesse intorno alla lingua tradizionale e alla cultura che ha caratterizzato la gente delle Dolomiti è l'importante segno di come anche nelle zone meno isolate stia nascendo la voglia e la necessità di fare cultura attraverso la tutela e la valorizzazione della lingua ladina che sottende entro di se tutta la vasta area compresa fra le due regioni a statuto speciale, dove la valorizzazione della cultura locale ha fatto passi da giganti, rispetto al nostro Veneto.
I Ladini atesini sono riconosciuti da decenni e la lingua è portata nelle scuole, simile discorso può essere fatto per I ladini friulani dove studi linguistici e tradizione hanno lunga storia. In mezzo restiamo noi, i ladini di Fodon e Ampezzo (quelli d.o.c. o 'storici' tanto per intenderci), quelli dell'alto agordino ed i Cadorini, divisi in Oltre Chiusa, Centro Cadore e Comelico. Aree con una parlata più o meno integra in funzione dell'influenze ricevute dall'italiano e dal Veneto, ma che (facendo parte della medesima area geografica) hanno la stessa derivazione linguistica e culturale. Ad Arabba tutti i ladini del Veneto hanno avuto modo di incontrarsi e di confrontarsi con le altre realtà vicine, dove la valorizzazione della cultura della tradizione è anni luce distante dalla nostra. è stata un'occasione per pensare e organizzare progetti unitari che consentano a tutta l'area di promuovere e difendere dall'abbandono una cultura che appartiene al mondo della montagna, dove popolazioni rimaste isolate per secoli hanno sviluppato una parlata ed una cultura materiale che le accomuna.
Un'unitarietà che deve essere valorizzata a discapito della piaga del campanilismo che ha sempre frapposto anche I paesi vicini, in un'isolamento che non può essere altro che deleterio. Crediamo che solo dal lavoro fatto insieme di tutti i ladini della provincia di Belluno possa nascere/rinascere una cultura che contraddistingue tutte le genti della montagna dolomitica, che possono trovare all'interno del termine ladino un modo unitario di lavorare insieme per valorizzare una grande area. Purtroppo, ci sono ancora le persone che cercano di dividere, proponendo medelli culturali che vogliono valorizzare I paesi storicamente più ladini rispetto ad altri, non rendendosi conto che è stata proprio la separazione ed il voler coltivare solo il proprio orticello il fenomeno che ha mantenuto la gente di montagna nel suo isolamento culturale e politico.
Come Unione Ladina del Cadore De Medo contiamo che dal convegno di Arabba nasca un messaggio unitario per tutti quelli che si sentono ladini nella provincia di Belluno e che questo sia il primo passo per far nascere anche da noi, un Istituto di Cultura Ladino che promuova nell'intera provincia una cultura di unitarietà per genti che hanno la stessa parlata, pur con le suali differenze presenti in ogni territorio.

Francesca Larese Filon

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IL VALORE DELLA LINGUA MATERNA PER LA NOSTRA CULTURA.
Na liadura nova intra 'l Comelgo e l Cadore d Mèdo.


Ne n'é vöro al dito d tance, che intrà comeliane e cadorins n'se pö parlase in dialeto, parché al comelian é masa diverso e i cadorins n lo capis. D siguro s pö dì ch'al comelian é na variante dal ladin cadorin pi conservada, pi a la vecia, ma zle doi valade n'esiste na diferenza granda zal modo da parlà, che cambia da peis a peis, ma zle parole, zi mode da dì, zi proverbie iné compagne. Basta consulté i vocabolarie ch'é stade publichede sti ane par rendse conto de sta roba. Da chel d'Elia De Lorenzo Tobolo da Comelgo d Sora, a chel d'Auronze d'Ida Zandegiacomo De Lugan, a chel d Pozal d Tita Da Forno, a chel d Zubiana de Gemo Da Col, fin a chel d Vincenzo Menegus Tamburin da San Vido, s'pö tiré fora pöce parole ch'ne n'abia corispondenza con chelietre parlate cadorine. E n podaraa ese autramente, visto ch'al Comelgo, pla so storia pasada, iné fi dal Cadore d Medo. Zla valada dal Comelgo, infate, era el monte gno ch'i peide dal Cadore d Medo portaa al bestiame d'istede. El fameie comeliane, che fa parte dle 15 Regole, iné fie dle fameiedle Regole cadorine.

Pal pasó, intrà i cadorine e i comeliane era na zerta difidenza, che ogni tanto torna a gala anche al dì d'incöi. Ma al cambiamento dle condizioni d vita de sti ultme trent'ane, la fazilité da spostase corögn, al laoro zle fabriche di uciai, à descanzló ogni diferenza e à misió sempro dapì la dente dal Comelgo e dal Cadore d Medo. E alora no snoma ne n'à nsun senso dì a carì el diferenze, ma avraa gran importanza stablì na liadura nova intrà l doi valade par mantgnì al bel e l bon dla tradizion.
Iné doi el strade che s'ceta dant-se el nove generaziogn ch'vive in Cadore: una largia e comda parceda dalonde da cialò. chela che s'vede par television, chela dla rizerca di sode, dal sta polito materialmente, e clautra pi difizile, da verde sul tröi fato dai nos veces. Dì a carì el radis dla storia, dla tradizion, dl'atacamento a sta tera, pö dà l'indreto par dì inante su sta strada nova, ma duta nostra, no fata sui modei ch'va begn daparduto, da la pianura veneta a la Germania, a la Franza.

La parlata ladina, ch'à continuó a restà viva anche dopo la fin dla vita contadina, pö ese al strumento par tgnì liede i ane pasade e chei ch'à da gni. Ne n'é d'avei vargogna a parlà par dialeto ladin, anze bisogna sintì la boria d'avei na parlata diversa, original, ch'iné la noda pi chiara dla dente ch'vive zle valade dle Dolomiti.
Al Comelgo e l Cadore de Medo podaraa cetà na unité pi streinta zal mantgnì vivo al ricordo dla vita d'n'ota, la storia compagna, l'atacamento a l'ambiente d'montagna. Fei nase ocasiogn par lorà insieme, par cetase a parlà a os auta, par dialeto, su par chel ch'volon ese zi ane ch'gnarà. Ciapà in man al nos destin de dente ch'à deciso da continué a vive zun sta tera, col radis begn impiantade. Na nova cultura dal Cadore ch'posa esprimse anche col nos dialeto, par conos-se meio, par verd-se a chelietre culture co la sigureza da avei algo da dà e no snoma da ciapà.

Lucio Eicher Clere

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LA CREAZIONE DEL CENTRO DI DOCUMENTAZIONE DELLA CULTURA POPOLARE.

Il centro Cadore non ha alcun punto di raccolta e documentazione della cultura popolare e del dialetto ladino cadorino: una mancanza che dovrebbe essere colmata dalla creazione di un centro che si occupi di raccogliere e documentare le condizioni attuali delle attività tradizionali e la loro storia. Si tratta di non perdere con la morte degli anziani quell'enorme patrimonio di lingua e conoscenze destinato ad essere abbandonate, visto il cambiamento delle codizioni di vita della nostra gente. Non si tratta di creare un museo dove mettere insieme accozzaglie di oggetti che dicono poco, ma un centro che studi attraverso la raccolta di informazioni, di interviste, di fotografia, di riprese cinemetografiche una realtà che si stà perdendo.
Non si tratta di nostalgia per un passato che ormai è andato, bensì di desiderio di non cancellare una storia che non è mai stata scritta, con la cosienza che le nostre radici passano anche attraverso la conoscenza di quello che è stato. Il Centro, per il quale sono stati richisti finanziamenti alla CEE (ma che non si sa se arriveranno) è stato promosso dalla Comunità Montana Centro Cadore e dall'Union Ladina del Cadore de Medo: la sede dovrebbe essere la villa Agnoli a Pelos di Cadore, per la quale il comune di Vigo ha già dato la sua disponibilità. Si tratti di una casa storica di grande valore posizionata nel centro del paese che dovrebbe occupare gli archivi e gli uffici del centro di documentazione, nonchè piccole mostre temporanee al piano terra.

Il Centro dovrebbe portare avanti ricerche in tema di cultura materiale e di lingua tradizionale su temi ben individuati: per il primo anno si vorrebbe approfondire la tradizione dell'alpeggio e del lavoro con gli animali: una realtà che esiste ancora ma solo in forma marginale, ma della quale esistono innumerevoli testimonianze che vanno raccolte. Alla fine della ricerca si vorrebbe realizzare una mostra, pubblicare un libro con foto e testimonianze nonchè preparare un CD-rom che potrebbe anche essere inserito in Internet. Il secondo tema in programma quello dell'allevamento delle pecore e della lavorazione della lana: attività che appartenevano al sapere collettivo e che oggi non sono più praticate.
Si tratta ora di far andare avanti il progetto e di reperire I fondi necessari perchè finalmente anche da noi, come è stato fatto in aree più sensibili alla propria storia, non si dimentichi tutto in nome di un progresso che certo ci consente una vita migliore ma che ci svuota delle nostre radici culturali. è importante per noi ma specialmente per le future generazioni sapere da dove nasce la nostra cultura ed il nostro modo di parlare: oggi abbiamo il compito di recuperare quello che c'è prima che sparisca. Il Centro di documentazione ha questo importante compito.
Non ci resta che auurarci che il progetto vada in porto.

Francesca Larese Filon

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LE IDEE PER LA CREAZIONE DEGLI ECOMUSEI IN CADORE: I MULINI DI LOZZO DI CADORE.

Partirà a Lozzo di Cadore il primo progetto per la valorizzazione degli insediamenti di archeologia industriale nell'area del Centro Cadore. La Comunità Montana Centro Cadore in collaborazione con lo studio dell'architetto Stefano De Vecchi e con l'Union Ladina del Cadore de Medo ha richiesto un finanziamento alla CEE per la realizzazione di un museo all'aperto lungo il Rio Rin di Lozzo di Cadore, al fine di valorizzare l'importante patrimonio di archeologia industriale ivi ancora esistente.
In località Prou ci sono ancora due mulini ad acqua in buone condizioni, una centrale elettrica ancora funzionante, I resti di una fucina. Tutta la zona vorrebbe essere valorizzata ricostrendo lA canalizzazione dell'acqua, rifacendo una pala del mulino e realizzando un itinerario conoscitivo affinchè tutti, valligiani e turisti possano osservare uno degli insendiamenti di archeologia industriale più interessanti presenti sul territorio del Cadore.
Tabelle, bacheche ed una zona con precise ricostruzioni dell'antico funzionamento delle macchine completeranno l'intervento. In programma anche la realizzazione di una piccola guida e di un CD-rom sulle caratteristiche dei mulini e di altre macchine di archeologia industriale funzionanti ad acqua. Il programma di recupero non prevede invece la ristrutturazione degli immobili, in quanto trattasi di strutture private per le quali risulta difficile pensare ad un intervento pubblico.Il progetto è stato presentato alla CEE nell'ambito del programma 'Raffaellò e prevede la realizzazione di interventi simili e coordinati con insediamenti di archeologia industriale in Francia, in Inghilterra e in Slovenia. Si attende ora la conferma del'approvazione del progetto per poter partire con i lavori: prevista la spesa di 140 miliono, 50% a carico della Comunità Montana.

Francesca Larese Filon

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STORIE DE I TOSATE DE NA OTA
dai ricordi di una Maestra

Gioanin era n tosato piciol e bon che a scola l à n tin stentòu a pasà fin de quinta, e po anche daspò. L era pien de bon voia de fei, al scrivea a pian a pian co na bela caligrafia, ma quanche l avea finiu era ora de di a ciasa. A ciasa al laurea ntorno e legne.
L avea le manute scure e ruspie come le zate de I auziei a forza de menedà legne e de di a rame pa nvidà l fogo.
Quanche so mare era desta a l'ospedal al scrivea dute I dis:
-Spero che la mea mama torni presto a casa:
La era la 'mea mamà e a la 'soa mamà l é restou tanto tacòu e l à senpre vidou la famea e dute che che avea bisuoi.
Ade l é gran e gros, forte come n toro, I piase anche di co le machine e l'à ncora bona volotà e l sa betese de medo quanche ocore par fei de l ben.Toninuto someàa n tin ndrio de testa, ma l era solo securo de lui e bonato. L era na braura n aritimetica e l se betea a vidà chi che savea manco, e l avea tanta pazienzia co i so amighe che lo tolea al tordio parchè l avea chl modo de fei n tin da tontolon,
L é cresesto ma no l'à cambiou, anche se l era deventou perito e l avea n bel laoro. L se à fato na famea e l'é desto navante benon finchè la pensou de caminà e pi no se l'à visto. A mi é stou come perde un de famea, parchè no l era come chi autre, l avea na bona maniera de tratà e par lui era dute compai.Andoluto era nvenzi proprio ndrio e l stenàa te dute le materie, ma par so pare l era l pì brao de dute.
Quanche Andoluto é desto a ciasa co la pagel piena de zinche, l pare é vegnesto a scola daspò lo quatro e l me à dito che l se maraveàa che I avese dou brute vote a so fiol, che l era così brao.
Alora I ei mostrou I quaderne de I so amighe e lui I à vardade e po l à dito: - Sti ca é de seconda!
-Varda ben I gnome e te vedaras che I é del tempo de to fiol e de prima come lui. No te as da ofendete, parchè gnanche i frute madura senpre dute nsieme. To fiol à solo da sta ntin pi atento a scola e da di manco a tende a i panegàs.E così e stou, l fiol à finiu la prima e anche chele autre clase, l se à fato na bela posizion, na famea e l é desto a sta te n paese ca davesin, andoe che l é calcolou da argo de pi che da noi.
è tanto che no lo vedo, ma sei che l sta ben e che duto che va dreto e par chesto son contenta.
N autro pare é vegnesto a dime:
-Maestra, no l avrà mia l coragio de pasà chel pastrocion de me fiol!
-Posesà che lo paso! L liede ben, l capise duto, l é brao a fei I conte a mente e se l é n tin pastrocion, no conta, l se farà pi diligente co l tempo. L tosato é desto fora sempre pulito da dute le clase.
L pare é tornou pa nautro fiol che avea belo repetesto na clase e l me à dito:-Maestra, no l avarà mia l coragio de sbocialo nautra ota!
-Sesà che lo fezo repete n autro an! L tosato no podarae sta davoi ai so amighe che pasarà, e sarae pedo par lui.
-Mah! La pense ben e po la varde ela.
L tosato à repetesto, e po l à repetesto autre clase sote autre maestre e no l é mai deventou na zima, ma l à laoro e no ghe mancia lenga.

Lina De Donà - Lorenzago di Cadore

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LA MOSTRA SULLA MONTICAZIONE.

In occasione dell'apertura a Cesiomaggiore del Museo della Cultura Popolare è stata realizzata una ricerca e una mostra dal tema 'Uomini e animali: l'allevamento bovino nella provincia di Bellunò.All'appello lanciato dalla Provincia per partecipare e collaborare all'allestimento della mostra il Centro Cadore a risposto con scarso interesse. Soltanto per il comune di Lozzo e di Domegge sono state realizzate delle ricerche (soprattutto sulla monticazione) seguite poi da una mostra che è rimasta aperta nel mese di agosto a Lozzo e nel mese di settembre a Domegge.
La mostra, dal titolo: 'Istade de laoro a Montè era divisa in due parti una riguardante la monticazione a Pian dei Buoi l'altra la monticazione a Doana e la latteria di Domegge.
Come il titolo 'Uomini e animali.....' ben fa intendere si tratta di una ricerca antropologica, dove l'uomo con il suo lavoro, le abitudini, i riti, è protagonista.Grande spazio è stato dato al racconto della vita dei pastori e dei mistre durante il periodo estivo nelle casere di alta montagna, come mangiavano, come vestivano, come il tempo, scandito dal calendario agricolo e religioso, determinasse la vita di questi uomini: il giorno di San Giuseppe venivano nominati i pastori e i mistri per le malghe estive, prima della festa di San Pietro dovevano salire i bovini a Baion, per la Madonna del 8 settembre il bestiame veniva riportato in paese.
Buona parte del lavoro nasce infatti dall'attività di ricerca sul campo svolta in questi anni da alcuni di noi, potremmo dire che le fonti orali prevalgono spesso su quelle storico-archivistiche che tuttavia non mancano (prodotte, per Lozzo, dal gruppo del Vocabolario sul dialetto ladino).

Alcune delle interviste raccolte tra gli anziani del paese sono state fedelmente trascritte e proposte alla mostra, si tratta di una operazione estremamente importante non soltanto per le informazioni raccolte ma soprattutto per il dato linguistico. Molte delle parole legate all'attività di allevamento dei bovini sono naturalmente scomparse nel parlare quotidiano perché è scomparso l'allevamento.
è pertanto importante recuperare questo lessico come dato storico-linguistico per tentare di fotografare una fase, ormai passata, del ladino del Centro Cadore; è una lavoro questo sul quale stiamo già lavorando.La mostra si è articolata alternando alle parti scritte molte foto, alcune vecchie altre, soprattutto per Lozzo, recenti e che illustrano lo stato attuale di molte casere e pascoli.
Una piccola parte è stata dedicata alla cultura materiale legata all'allevamento bovino, si è trattato soprattutto di strumenti per la lavorazione del latte.
La mostra è stata visitata anche da alcune scuole del luogo verso le quali ci siamo resi disponibili per raccontare quanto era stato raccolto nelle ricerche e non era stato possibile esporre.
Ora che la mostra è stata chiusa una parte del materiale è stato depositato nei locali della ex latteria sociale di Domegge, l'idea è di sistemarli e arricchirli con gli studi che stiamo portando avanti, estendendo la cosa agli altri paesi del Centro Cadore.

Iolanda Da Deppo

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NTIN DE STORIA PAR NO DESMENTEASE.
Le 'Storie dei mortè.

Le storie riguardanti i morti hanno un peso fondamentale nella cultura popolare.Anche nella letteratura orale cadorina non mancano racconti che parlano di morti, più spesso di dannati, chi che é fòra de cesa. Si tratta perlopiù di anime che vagano in gruppo per il paese: la scòla dei morte.In molti casi l' anima dannata appartiene ad un ricco benestante che ha fatto fortuna alle spalle della povera gente. Altre volte si tratta di un morto che ritorna per vendicare un torto subito.
In ogni caso in questi racconti non accade mai niente, la comparsa del morto è sufficiente per giustificare tutta la narrazione.La scola dei morte si incontra sempre di notte, solitamente tra la mezzanotte e le tre di mattina. Capita di incontrarla per strada, si tratta di un gruppo di anime vestite di bianco che camminano portando per le vie del paese i loro lamenti, accade allora che il giorno dopo é un morto sóra tera. Spesso la scòla la si sente pregare in chiesa, a notte fonda (quando a messa ci si recava a mtutin).
Toccando la stòla del prèe è invece possibile vedere le anime dei dannati giocare a carte tra le fiamme dell' inferno.A parlare di morti, a raccontare queste storie sono solitamente le donne. Ad esse, soprattutto in passato, era dato il compito di assistere i malati , vestire i morti e partecipare alle veglie funebri.


Fòra, là fòra dal gabioto, là i à dito che era n vecio e na vecia, so compare e so comare de me nene. E che lui l era danà, lui l era fòra de cesa, che lui l era morto. Sta femena che era morto so on, l' avèa paura de dormì sola. Alora le duda su, la savèa che te chela fameia i stentèa e l à dito: 'Polonia dareme na tosata da la siera a dormì a pède io. Che io ghe dago da zena e anche da colazion'.
Alora:' Sì,sì,sì' e i ghe à dato na me nene che vade dò. Me nene à dito che chela siera l à sentù bate le porte, e alora ele le starèa la te ciasa, e l à dito a sta vecia: 'don su nbota nbota a dormì'. Alora le dude a dormì, quanche l è stade lasù, le siente le porte che la dò fa plaff e le se vèerde. e la siente dute le caldiere che le batèa nsieme.
'òiuto, doman ciataron duto pestà sù l à dito.
A batù un pez e dopo le à tolto sù e le caminade.
Alora me nene l à dito: 'Io no vado pì dó' Alora so mare à dito mando dò anche to suor. alora l à mandà dò anche che l òutra me nene.
Alora le porte torna a fèi pum-pum a la siera. E alora le dude nbota su a buciasse dó.
Ntanto de fòra neveèa. Me nene l' era visin a la finestra e se presenta sto on su la finestra de fòra che la le vardèa. Alora me nene à dito :' Fiol de n can: chelà l é n danà'.
E dopo lui l é dù su par le scale e l é dù ntorno al lieto. E dopo l é sparì. Alora lui le caminà, ele se à oltà col cu in sù e ele l é ndormenzade.
Ma me nene à dito :'Io èi paura de chel là' Perché ela quanche la lo à visto l avèa scomentzià a bestemà. Ela avèa bestemà come un mostro, la scongiurèa, ciamèa dute i danade. Era un modo par mandà ia sto ca.
Alora l indoman de siera tanto che l é là che le magnà, era come de novembre, l à dito, e de fòra neveèa, avèa fato tanto de née, me nene à dito: ' Io camino, l' avèa dito che no l ienèa pì, inveze lui l é ca fòra. La iené sù, la cenon lasù pède noi'. Chela vecia l é stada contenta.
Alora me nene e duda là a verde el porton. Davante a la ciasa era come un orto, un orto co ntorno na ziesa. E sto née l' era ienù òuto così.
E alora l à visto chesto vecio che dèa dò par mèdo l orto. E la vede che no é nia de pèze.
E alora me nene a dito :'Vardé che chel là l é un on danà, da la me parte é le peze e da parte soa no!' (Domegge di Cadore , 20-02-1993, Ziva)


Na tosa, na me parente, prima de sposà me barba, ela avèa dito de sì a chesto de chi de D.
Ma par di de sì, i à fato fèi la scritura col so sangue. Ela no podèa sposà òutre se no sposèa lui.
Tanto é ienesto che me barba ghe à fato la domanda e ela à tradì la firma col so sangue.
Alora un dì la parte co i suoi doi tosat, de zinche-sié ane, ciareada de damagnà par i operai sù a Pian de le Careze o Col de Valuance che no é ancora Baion.
L à dato el magnà e dopo la tornada a partì. Co la roba da portà a ciasa e i omin i resta là.
Quanche l é stada n tin pi n dò de onde che la lasà i omin col damagnà, l' avea na pupa par parte, se presenta un corvo zoto. El corvo zoto... Ah se no era con ela la santa inozenza... te vedèe ben onde che la l à portèa el corvo zoto. El corvo era chel che l avèa fato la scritura. Chesto i à dito che l avèa vù tanto despiazer che é ienesto che l è morto...Parchè se sa che el corvo l é del regno de Satana.( Domegge di Cadore, 09-03-1992, Apollonia)


Alora na siera, ela la disèa tante de chele orazion, la se pense che ca n mèdo al fogher l'avèa na caponèra co dute le pite, puareta, co sto calderin sempre sora fuó, co la ciadena col calderin de orth, alora se sa che la siera la disèa su le orazion a sto poro on che l' era morto e la l' avèa lassada con quatro tosate e un che l'avèa da comprà, alora na siera l à dito:'òiuto Vinzenzo te podarae ben fèite vede, e dime a gno che te ses, dime algo, come fazo con quatro fioi e un che a da nase...'
Chela siera dopo la preèa. Dopo l à dito che dopo tre-quatro siere la vede vèerde la porta e la vede ienì inte so on. Alora la ghe à dito :' òiuto Vizenzo no! torna a gno che te ses!'
E no la pì ciamou so on no.
E n òta la mare avèa visto na femena, ela l era veniuda fòra a di ia da drio, parchè avone el gabineto ia da drio. Alora la vede sta vecia vegni dó, la dèa sempre a vede so fiol che bevèa. Ma sta ca l era morta, alora la mare à dito:' Oh Nina a gno vasto?' La mare a disi così e ela l é sparida. (Lozzo di Cadore, estate 1994, Francesca)

IOLANDA DA DEPPO

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CARDUCCI E IL CADORE, GRANDE AMORE MA NON A TAVOLA.
Ma non per questo mancò il lui affetto e l'ispirazione necessaria per la grande poesia.

Quando il Carducci tenesse alla buona tavola e soprattutto al buon vino è cosa risaputa.Scriveva di lui A. Panzini nel 1901: 'Carducci un ben forte mangiatore: sanissimo come di viscere, sente il bisogno di riparare al gran dispendio di forse consumate nel lavoro; gusta ed assapora il cibo in quanto alimento, ma ogni ghiotta raffinatezza non lo solletica. Il cibo semplice e sano credo prediligà.
Dunque il poeta non poteva certo dirsi 'dannunzianò nelle sue richieste culinarie, ma appariva pur sempre esigente nel richiedere cibi e bevande a lui congeniali, sulla base di gusti non del tutto condivisibili, ma per lui ormai inveterati e perciò irrinunciabili.
E il Cadore in questo senso non lo accontentò.Giunto all'albergo 'Progressò di Pieve il 31 luglio 1892, restò subito deluso dal vitto: l'albergatore Ciotii infatti aveva assunto una cuoca bavarese, in grado di accontentare I palati di molti ospiti stranieri, in grand parte tedeschi e inglesi, e perciò fatalmente inadatta a proporre piatti consoni ai gusti, toscani o emialiani che fossero del nostro poeta.
'Del resto qui c'è troppi forestieri, e la cuoca bavarese, ed io voglio mangiare italianamente e non aver d'attorno importuni' disse un giorno agli amici, come ci racconta l'amico Albino Zenatti.
Oltre che per la cuoca, il poeta brontolava spesso contro un buon caffettiere, ch'egli chiamava Mastrilli, chissà per quale analogia con quel famoso brigante 'di felice ingegnò che visse 'nella bella città di Terracinà.Ma un grosso problema, forse il maggiore, era costituito senz'altro dal vino. Già il 4 agosto egli scriveva a Giacomo Zanichelli per dirgli che aveva ricevuto I libri e per ordinargli un buon lambrusco: 'E il vino? Che mi manderesti? Lambrusco, ma vecchio e non troppo spumantè.
A quel tempo infatti era diffuso in Cadore il 'Rabosò, vino della pianura veneta, troppo aspro al palato di un toscano ormai avezzo al labrusco emialiano.

Il poeta ebbe modo di assaggiare anche il vino 'Baccarò, venduto in Cadore da commerianti meridionali trapiantatisi quassù, ma nemmeno questo incontrava I suoi favori, tanto che lo Zenatti cita il 'cattivo vino meridionalè tra I motivi di scontento iniziale di quel soggiorno alpino.
Per fortuna il Morpurgo, oltre che al prezioso aiuto fornito nella stesura del codicetto antico delle 'Laudi cadorinè, si rese benemerito ripescando alcuni fiaschi di buon vino toscano, ai quali vennero poi ad aggiugersi le tanto sospirate bottiglie di lambrusco spedite da Bologna. Queste gli amici avrebbero voluto riservarle per I giorni seguenti, ma 'per cacciar l'uggia della pioggia e la stizza della cuoca tedesca, egli alla sera ne sturò volentieri qualcuna, rumorosamente lodando la modenese Sorbara che produceva un tal nettare. E gustava il buon vino, ma più lo faceva gustare generosamente e allegramente agli amici e ai conoscenti, come usò sempre in vita sua. E, almeno in Cadore, nessuno di quelli che egli allietò non senza suo sacrificio, mormorò poi che il vino piacesse troppo al poetà (A. Zenatti).
Non possediamo testimonianze certe sul gradimento, o meno, da parte del poeta della carne di capriolo, ch'egli ebbe modo di assaggiare per la prima volta in vita sua nella casa di Nizzardo Tremonti 'Felizè a Lorenzago, assieme ad una calda polenta, o soprattutto della carne di camoscio che potè conoscere alla mensa del Sen. Facheris, generoso anfitrione nella splendida villa Clarenza di 'Pian de Sembolè, sempre a Lorenzago.

Certamente il vitto dell'Albergo 'Progressò proprio non lo opportava: I 'knoedel' della 'vilissima strega di Carinzià forse furono proprio il motivo, unitamente al desiderio di scoprire nuovi e più vasti panorami alpini, per cui insistete con gli amici Morpurgo, Barbi, Lazzarini e altri per spostarsi altrove.Il 17 agosto la compagnia si trasferì così dalla signora 'Luzietà, raccomandata dallo Zenatti, sembrava garantire una sana cucina italiana e pure l'assenza di camerieri in frac e cravatta bianca che tanto l'indispettivano.Ma se in riva all'Ansiei il cibo era soddisfacente, seludeva pur sempre il vino, tanto che lo stesso giorno dell'arrivo il Carducci richiedeva a Cesare Zanichelli 'altre 12 bottiglie di lambrusco come quello che sta per finirè, da inviare naturalmente al nuovo indirizzo.
Bottiglie che poi sicuramente finirono a Misurina, dove il 19 agosto il poeta si sistemò al modesto albergo 'Misurinà, per trovare la solitudine indispensabile a nutrire la sua musa e a comporre la parte centrale della famosa ode 'Cadorè, che poi avrebbe visto la luce il 19 settembre, in tempo per l'anniversario della Breccia di Porta Pia.
Forse anche per le grazie di una bionda Maria di Ampezzo, che, ilare e cortese, offriva nell'albergo indifferentemente vino italiano o birra tedesca ai 'touristi' di passaggio, il Carducci in quell'ambiente ancestrale e pastorale, seppe adeguarsi alle consuetudini locali e non distegnò nemmeno le squisite trote del algo, che si divertiva lui stesso a pescare, con fanciullesca gioia, noleggiando una barca.
Ed invero I pregi in tavola delle trote 'che sanno di ninfè, egli aveva avuto modo di scoprire già negli anni precedenti, sia durante il suo soggiorno a Caprile nel 1886, sia a Piano d'Arta in Carnia nel 1885.Ma al di la di ogni suo apprezzamento culinario o enologico, una cosa è certa: se egli, nonostante un mese di alimentazione non del tutto congeniale, è riuscito ad affezionarsi tanto a queste nostre valli dolomitiche, fino a dedicare loro l'ode 'Cadorè dall'indubbio valore artistico e soprattutto dall'ineguagliabile afflato sentimentale, vuol dire che la gente del Cadore e la sua rustica semplicità hanno saputo ovviare ad ogni inconveniente. Un vanto in più insomma per il Cadore, un particolare che ci convince della sincerità di un affetto e di un'ispirazione, che non avevano bisogno di alcuna abbrezza artificiale della gola o della mente per librarsi in alto, nell'empireo della grande poesia.
Molto più deludente per noi, ma anche per il Carducci, sarebbe il contrario, se il Cadore fosse stato amato per I calici del suo improbabile nettare locale.

Walter Musizza e Giovanni De Donà

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BREVE STORIA DELLA LATTERIA DI DOMEGGE.
Prima parte

Il 20 marzo del 1876 alcuni uomini della frazione di Domegge si riunirono per creare una latteria sociale.è presumibile che fino allora i latticini venissero prodotti in casa. Nel 1875 era stata aperta la latteria di Pozzale, la prima in Cadore, come riferisce il veterinario Antonio Barp, in un interessante libricino sulla pastorizia in Cadore pubblicato proprio nel 1876.
Lo scopo della latteria era soprattutto di migliorare la produzione del formaggio e del burro.
I soci fondatori furono 50 e ad essere eletti amministratori furono i signori Barnabò Luigi Isidoro di Giovanni, Barnabò Luigi fu Marco, Da Deppo Giuseppe Pedino.
A quest'ultimo venne dato il compito di individuare in centro al paese uno stabile dove collocare il caseificio.
Lo stabile venne individuato nella metà di casa di proprietà del sig. Da Vanzo Giovanni fu Valentino; si trattava di 5 locali: una cucina, una cantina, una stanza per il ricevimento del latte, una stanza per il deposito del latte ed una camera da letto per il casaro.
L'affitto era di 58,00 da pagarsi entro il 31 maggio di ogni anno.Nasceva così la latteria sociale di Domegge.
La latteria aveva uno statuto a cui tutti i soci dovevano attenersi.Sul libretto del socio venivano riportati alcuni degli articoli più importanti.Questo statuto rimase invariato fino al 1940, quando vennero apportati dei cambiamenti, anche per adeguarlo alle esigenze di controllo dell'Ufficio di Zona della Confederazione Fascista Agricoltori.

Per diventare soci della latteria era necessario pagare una quota annua stabilita dal consiglio di amministrazione. I soci erano inoltre tenuti a rifornire, dietro pagamento, la legna necessaria all'attività del caseificio.Divenire soci della latteria presentava grandi vantaggi ma anche impegni da parte di ciascuno.
Il socio era tenuto a partecipare all' Assemblea generali, una si teneva ogni anno il 19 di marzo.
In caso di impossibilità il socio poteva farsi sostituire da un membro maschio maggiorenne della propria famiglia o dare una delega ad un altro socio. Chi all'appello fosse risultato assente era soggetto ad una ammenda (che negli anni '40 era di 2).
Era fatto obbligo al socio di assumere le cariche amministrative nel caso fosse eletto; in caso di rinuncia immotivata l'ammenda era di 200.Non potevano essere eletti a nessuna carica le donne e i minorenni.Alle dipendenze della latteria c'erano un casaro ed un aiuto, quest'ultimo prendeva servizio in un secondo momento, da dicembre a marzo, quando il lavoro aumentava.

Durante l'anno di attività 1878-1879 furono occupati come casari Buse Luigi e Cian Giorgio di Francesco 'fabbricatore di burro e aiuto casarò i quali vennero retribuiti rispettivamente 200,000 e 123,20 per l'intero servizio. I pagamenti venivano fatti periodicamente.
La latteria doveva provvedere per i pasti e il dormire nel caso il lavoratore fosse impossibilitato a tornare a casa. Nell'anno di attività 1878-1879 furono spese 194,00 per 'cibarie ai casari'.
Gli acquisti venivano effettuati in paese presso la 'Ditta Marco Barnabò, negoziante di coloniali, vini, ferro, cere, spiriti, liquori..'Il Consiglio di amministrazione era composto da un segretario, unica carica retribuita, il quale sbrigava le faccende burocratiche; dal 1878 al 1897 si trattò del signor Barnaba Barnabò.
Il Consiglio era composto inizialmente da 5 membri, che ogni anno venivano rieletti.
Per la gestione 1878-1879 furono eletti : Barnabò Luigi Isidoro, Valmassoi Giobatta, Valmassoi Giovanni, Da Vanzo Giovanni, Da Deppo Bortolo, vi era inoltre il sig., Da Vià Gaetano in qualità di cassiere.
Le spese a cui doveva far fronte la latteria erano sempre molte, sebbene nei molti verbali di assemblea raramente si leggono serie preoccupazioni per lo stato finanziario.

Per l'anno di attività 1889-1890 furono spese 549,93 , tra le voci di spesa: 228,75 al casaro Casadoro Luigi e 175,20 all'aiuto casaro Casadoro Piero, 210,00 legna acquistata dalle ditte (soci), 66,80 pulizie e lavatura della biancheria.
Già a partire dai primi anni di attività fu sentito il bisogno di costruire un edificio ad uso esclusivo della latteria. A partire dall'anno 1879 venne trattenuta ad ogni socio una quota per la costruzione di una nuova 'cascinà.Infatti a partire subito dal secondo anno di attività del caseificio gli allevatori che si associarono furono sempre in aumento; nel 1870 erano 141 fino ad arrivare ai 220 negli anni '30.
Il 20 giugno del 1880 l'Assemblea nominò una commissione che aveva il compito di provvedere alla costruzione del nuovo edificio.Il comune di Domegge partecipò con 250,00 su un totale di spesa di 9000, il legname occorrente fu venduto da alcune famiglie di Domegge e sei soci imprestarono 6000, soldi che furono restituiti nei dieci anni successivi con un interesse del 5%.
L'apertura della nuova latteria avvenne il 12 luglio 1881.
Da allora la sua attività proseguì ininterrotta fino al 1989.
alle attività iniziali della latteria andarono nel tempo aggiungendosi quelle della tenuta della Monta Taurina e nel 1906 la gestione delle malghe estive, fino ad allora date dal Comune a privati.

Iolanda Da Deppo

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POZALE LADIN.

I nostre vece i dirèa, parla come che te a nsegnà to mare.
Le mèo parlà polito el to dialeto, pitosto che parlà malamente al talian.
No sta fèi come chel che al vuolèa parlà talian e l a dito: 'Da quando ho tacato a parlare italiano non sono più buono di fare di mancò.
Pozale l é l unica frazion del comun de Pieve che i parla ladin, co la so bonaria e mincionesca cantilena.
Le bel sentì i anziane a parlà come n òta.
I doven che i vuó ben al sò paes i dovarae nteresase n tin De pì a parlalo chesto bel dialeto, par conservà un gran valor cultural lasà dai nostre vece.
Cadorin, dareve da fèi par portà nte le scòle al dialeto cadorin-ladin e insegnalo a le nostre dovene ienerazion, se se perde al nostro parlà se perde anca la nostra tradizion.
A bucià do le tradizion, l é come brusà al paes.

TITA DA POZALE

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DEZEMBRE LADIN

No é pi dezembre de n'ota, è duto cambiou. A camignà por strada scomenza ai prime del mes duta 'na 'lustragnà: luse daporduto, de dute I colore, anche se mancia 'n pezo a Nadal. Adès no vien pi chi grume de neve de 'nota; le strade é negre e lustre, senza remede dale parte. No sèe se duta sta 'siorarià me fès contenta o se avràe pi acaro èse ai tempe de 'nota. Zerto che spieteòne Nadal con pi batecuore e zenz'autro con 'n tin pi de sentimento, anche se camigneòne con scarpe lediere su tanta de chel neve che parèa bombas. E anche se era fredo, dute se tiriaa de fore a vede pasà 'l verson.
Ei ncora dele ree 'l bacan e I strupe ch'l fasèa co 'l pasàa.
Staseone dute a vardà le cubie de sié o anche òto ciavai e i òmen che li paràa via fasendo sciocà la scuria, 'n òta un, 'n òta chelautro por fèi che I se moe. Chi òmen portàa 'na mantelina de panno néegra, curta e I 'calzonè lònghe fin su da l'endena par no lasà pasa 'l neve. Era calzone fate da chele femene con lana che le avèa filòùn ciasa e laurade fise por via che no pase l'umedo.
La dente stasèa là a vardà la strada che se slargiàa, lustra de giaza e no se moèa fin che no se sentìa pi 'l bacan dele scurie e 'l strupo dele scarpe coi fère che quanche le batea inze por calche giarina, le fasèa stéle.
E la véa de Nadal, dute a Mesa de medagnote, no manciàa nesun.
La ciesa èra così folada che por I tosate no éra mai posto dei banche e I tociàa sentase sui salìs dei altare. Ala zena de la Vea no manciàa nesun de chi de ciasa e èa sèmpro polenta e bacalà 'n bianco, consòu con oio e 'n grumo de ài.
Quanche se èra de ciesa, cole porte serade pol fredo, l'ài scomenzieàa a fei sentì 'l so efeto e l'ambiente se riempia de 'n gas che nfetàa l'aria e tante se perdèa via dal tanfo. Gnanche alora no manciàa calche dono da Gesù Bambino, magare noscè carobole, doi bagige e 'na naranza o stracaganase e algo por mateà, forse 'na pupa o 'n ciavalìn de lén.Dezembre era anche 'l més che se copaa 'l cucio. La roba de l'ane pasà é fenida, resta forse 'n toco de sonda por onde le scarpe da fere por che no le devente masa dure. D'aisuda se compràa 'n porzeluto de vinte, vintedoi chile ('n scavezo) e a forza de lavadure, patate, sembola e poròn, se lo tiriàa ndavesin al quintal, se nol ciapàa 'l mal rossin.
De dezembre se sentia spess da la bonora i begare de una de cheste pore bestie che vegnìa giavada fora del cioti e menada via de macelo. Chel dì che i copàa 'l porzel, 'na femena cognèea dì via a parcurià le 'nteriore: fongadina, cuor, fegato e spienda. De 'na séa la betèa le budiele, ben lavade sote l'aga freda e che daspò se doràa a bete inze pasta de luganeghe. Quanche 'l cucio tornàa apède, ciareòu medo a 'l ota sula spala, tacàa 'l gran da fèi.
A fèi su la roba, che vuò dì 'nsacà i salame, le luganeghe e i scorzete, vegnèa sempro un che avèa pratega e savèa fei polito. Cole machine toleste de 'npresto, se masenàa su fina la carne de porzèl, con chéla de ciaval o anche de mus, se ardondèa toce de lardo, sal, pevre e spezie e se mpastàa duto fin che era asèi e po se betea inze dei budiei.
Così do de cianeva le maze de len dela naia tornàa a riempise. Anche 'l lardo, fato a toche, vegnia salou e butù 'n salamora de na mastela de len por calche stemana. Par ultemo se salàa le pendole che se betèa daspò 'n pendolon e se doràa a fei da conziér por la menestra de fasuoi.

Scavezo= scampolo
mal rossin= peste suina

Ida Zandegiacomo De Lugan

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