Dizionario della gente di Lozzo - La parlata ladina di Lozzo di Cadore

dalle note del prof. Elio del Favero  - a cura della Commissione della Biblioteca Comunale

prefazione del prof. Giovan Battista Pellegrini  

 

Comune di Lozzo di Cadore - il seguente contenuto, relativo all’edizione 2004 del Dizionario,  è posto online con licenza Creative Commons attribuzione - non commerciale - non opere derivate 2.5 Italia, il cui testo integrale è consultabile all’indirizzo http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/legalcode. Adattamento dei testi per la messa online di Danilo De Martin per l’Union Ladina del Cadore de Medo. Per ulteriori approfondimenti è a disposizione la home page del progetto “Dizionario della gente di Lozzo” alla quale si deve fare riferimento per le regole di trascrizione fonetica utilizzate in questo progetto. Il presente file è pre-formattato per la stampa in A4.

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Prefazione

Sui dialetti cadorini (esclusi il comeliano, l’oltrechiusano e l’ampezzano) il linguista nel complesso è ancora poco informato. In qualche caso, pur non mancandovi un’informazione essenziale, essi sono di proposito ignorati, specie da parte di chi si occupa di ladino con intendimenti anche politici e tali parlate sono definite per lo più “venete” (venedisch, venezianisch) da parte di studiosi che dovrebbero saperne di più. Spesso non si è capito – in particolare da parte di linguisti stranieri – che i registri dialettali della nostra regione sono fondamentalmente due, e cioè quello veneto ( o di una koinè veneta) considerato di maggior prestigio e di pratica utilità, e quello strettamente locale che si equivale a “ladino-cadorino”. E’ ovvio che la parlata autentica, perpetuatasi in loco da tanti secoli, è quella ladina, tutt’altro che spenta (anche se in parte indebolita per tante ragioni). E per indicarne le caratteristiche essenziali, secondo i ben noti parametri ascoliani e gartneriani, basterebbe sottolineare la costante presenza della palatalizzazione di –CA e –GA, vari filoni di conservazione di –S finale latino, i pronomi personali IO-TU e soprattutto il lessico.

Già il Ronzon, nel suo “Almanacco Cadorino” della fine ‘800, pur non essendo un linguista, aveva notato alcune caratteristiche delle “nobili” parlate cadorine. Ne riporto il pensiero per intero:

“[....] Il dialetto cadorino è un misto di etrusco, di latino, di greco, di slavo, di longobardo, di celtico-friulano, di tedesco, di francese: tutti regali che hanno fatto a noi, come all’altre parti d’Italia, quei graziosi nemici che sono venuti di quando in quando a visitarci. Unico nell’essenziale carattere è multiforme nelle desinenze e nella pronuncia, e vario tanto che quasi ogni villaggio ha un dialetto suo proprio. Esso però si può restringere a sette specie, che io chiamerò: il Comelicano, l’Auronzano, l’Oltrepiavano, il Citropiavano, l’Oltrechiusotto, il Cibianese, e l’Oltremontano. Il Comelicano si distingue per l’elisione di molte vocali e per l’agglomeramento di molte consonanti, cosa che lo fa parente del Piemontese; piena sonora n’è la pronuncia e oscura e difficile assai l’intelligenza agli stessi cadorini, che non sono Comelicani. L’Auronzano non ha, a dir vero, un carattere tanto distintivo da quello dell’Oltrepiave; pure se ne differenzia per il c dolce invece che forte, e per il t che in molte parole assume il suono greco del theta greco; per esempio per dir “là dentro” quelli dell’Oltrepiave dicono là inte, quelli d’Auronzo là inže. Il dialetto oltrepiavano ch’è quello di Vigo, Laggio, Pelòs, Pinié, Lorenzago, si distingue per i participi dei verbi della prima coniugazione in ou, ciò che lo avvicina al Genovese, come potei fare confronto. Per dialetto Citropiavano intendo quello che si parla da Lozzo fino a Termine (sic!), il quale varia da paese a paese, ha però un carattere quasi uniforme, e più s’avvicina al veneto comune e perciò a parer mio, è meno caratteristico. Il dialetto Oltrechiusotto ha molte desinenze in s, tanto che lo si rassomiglia al friulano e allo spagnuolo, che poi hanno un ceppo comune, il latino. Oltre al Boite abbiamo il dialetto Cibianese, che si distingue per la forte pronuncia dell’erre; esso ha dello Zoldano e dell’Oltrechiusotto; così l’Oltremontano, cioè quello di Zoppè, Selva e Pescul.”

 

Ho riscritto il giudizio impressionistico del nostro studioso cadorino che ebbe tanti meriti, ma che ovviamente non aveva sufficienti cognizioni per scrivere di dialettologia scientifica; esso tuttavia ci fornisce un quadro generale di una classificazione dei dialetti cadorini e ci indica, con approssimazione, i tratti fonetici che colpivano una persona colta, ma sprovvista di conoscenze glottologiche specifiche e pertanto le sue osservazioni sono insufficienti. Mancano pertanto i richiami ad una bibliografia specialistica, che ebbe in G.I. Ascoli (vedi i Saggi ladini del 1873) l’iniziatore di tali studi, seguito, almeno in parte, dal nostro Maestro Prof. Carlo Tagliavini e dalla sua scuola (le tesi di laurea su dialetti cadorini sono assai numerose).

 

Ora possiamo finalmente disporre anche per Lozzo della buona raccolta lessicale del prof. Elio Del Favero, morto alcuni anni orsono, che è stata ampliata e corredata di espressioni più contestualizzate e di disegni etnografici, da parte della Commissione Bibliotecaria di Lozzo. Oltre alla cultura, egli ha messo a profitto la sua vasta conoscenza del dialetto che possedeva pienamente, come parlante nativo. I suoi lemmi ci permettono ulteriori deduzioni sulla collocazione del dialetto nell’ambito del gruppo “ladino” (o “retoromanzo”, secondo una concezione che in buona parte è ancora assai valida).

 

 

Giovan Battista Pellegrini

 

 

 

 

 

Presentazione del Sindaco

 

Alcune persone hanno voluto dedicare parte del loro tempo libero alla raccolta dei termini dialettali in uso nel paese ritenendo così di compiere un servizio a favore della nostra popolazione e conservare, nel tempo, la parlata “ladina”. Il risultato è notevole e lo dimostra l’ampiezza del volume che viene ora consegnato alla cittadinanza, agli emigranti, agli studiosi per eventuali approfondimenti. Il gruppo di lavoro ha setacciato tutto il territorio lozzese con interviste alle persone più anziane, con l’esame di documenti in possesso di privati e del Comune, ma si è avvalsa anche dello studio predisposto per diversi anni dal prof. Elio Del Favero, già insegnante nelle scuole elementari e medie, deceduto prematuramente a Faenza ove ultimamente esercitava la professione, che non ha potuto completare il lavoro intrapreso durante la guerra 1940/45 sul fronte d’Albania.

Il prof. G. Battista Pellegrini, glottologo di fama internazionale, professore emerito dell’Università di Padova e, per parte del padre, nostro concittadino, ha assunto la supervisione dell’opera. L’ ing. Andrea Angelini, ora deceduto, ha condotto lo studio per qualche tempo, avvalendosi delle strutture della Fondazione “Prof. Giovanni Angelini”, indicando con competenza le linee guida sulle quali l’opera si è poi sviluppata. La prof.ssa Paola Simonin ha formato i disegni che illustrano, completano ed arricchiscono l’opera. Il concittadino Daniele Zanella, emigrato da anni in Canada, ha autorizzato la riproduzione in copertina di un suo quadro, raffigurante un mulino presso il Rio Rin.

Per il gruppo di lavoro la dott.ssa Carla Laguna ha ritenuto doveroso esporre con una breve relazione su quanto è stato fatto per giungere al traguardo. Un plauso vada, da parte dell’Amministrazione, a tutti coloro che hanno operato gratuitamente per raggiungere l’obiettivo e presentare ai Lozzesi il vocabolario del proprio dialetto ladino.

Un vivo ringraziamento alla locale Banca Intesa S.p.A., alla Regione Veneto e al  Consorzio B.I.M. Piave, che con il loro tangibile contributo hanno reso possibile la stampa della presente opera.

 

 

                                      Rag. Alessandro Da Pra Falìse, Sindaco di Lozzo di Cadore

 

 

 

 

 

 

La Commissione della Biblioteca Comunale

Per colui che si ritrova a sfogliare questo volume sembrerà strano quanto si narrerà qui di seguito. La storia della stesura è, infatti, simile a quelle che si raccontano la sera ai bambini. C’era una volta, quasi vent’anni fa, un gruppo di persone, che desiderando conservare il ricordo della realtà passata del paese, ebbe due idee: raccogliere, duplicare e conservare le vecchie fotografie e registrare, in modo adeguato, le parole dialettali che inesorabilmente si andavano dimenticando.

La prima idea aveva lo scopo di una testimonianza visiva del nostro passato, la seconda avrebbe perpetuato il ricordo orale e scritto. La prima iniziativa andò in porto in una stagione, la seconda ha avuto tempi più lunghi. Il gruppo, con volontà e tenacia s’incamminò nella difficile raccolta, incontrandosi settimanalmente, per due o tre ore, al fine di confrontare le testimonianze raccolte dai singoli componenti con interviste alle persone anziane del paese. Lunghe discussioni su ogni singola parola, su ogni sfumatura d’uso, su ogni accento, portarono ad allungare a dismisura i tempi. Lo stimolo del prof. G.B. Pellegrini e la traccia da lui messa a disposizione furono certamente d’aiuto, vista la vastità e la complessità del lavoro. Il gruppo, per impegni e vicende personali, perse alcuni validi componenti e il lavoro sembrò non poter più giungere ad un risultato tangibile.

Come in ogni storia che si rispetti, quando l’eroe è nella massima difficoltà, ecco il colpo di fortuna. Elio Del Favero, professore di lettere, informato del lavoro che si stava svolgendo in paese, avendo già da lungo tempo iniziato una analoga raccolta, permise, ad alcuni componenti, di visionarla. Ne uscì il giudizio di una raccolta ampia, esauriente in molte parti, e trattandosi di un lavoro “in corso”, certamente valido. In quella e in altre occasioni il prof. Del Favero espresse il desiderio che tanta fatica trovasse, una volta completata, una collocazione più pubblica e più fruibile, rimettendosi, perché ciò accadesse, a Giosuè Baldovin.

Il destino non ha voluto che il prof. Del Favero potesse sviluppare, completando interamente, quanto la sua passione e l’amore per il paese avevano espresso. La sua famiglia, favorevole all’iniziativa, aderì con entusiasmo al prosieguo dell’opera mettendo a disposizione il materiale predisposto. La storia non finisce propriamente qui, infatti se da un lato il gruppo di persone si ritrovava tra le mani un’opera ampia dall’altra doveva, per farne risaltare il valore, completarla.

Ecco quindi ancora lavoro per un gruppo che si è dovuto necessariamente ampliare. La conclusione, come in tutte le buone storie, è a lieto fine, o così almeno a noi sembra. Agli appassionati e agli studiosi affidiamo l’opportunità di inserire, in futuro, nuovi lemmi o ampliare in qualche parte questo lavoro.

 

Carla Laguna

 

 

 

Componenti del gruppo di lavoro

 

Andrea Angelini ()

 

Giosuè (Geo) Baldovin

 

Mosè Borca

 

Giuseppe Calligaro de le Paule (†)

 

Marina Calligaro

 

Dante Da Prà

 

Giovanni De Diana

 

Danilo De Martin

Corinna De Meio

 

Grazioso Fabbiani

 

Carla Laguna

 

Francesca Larese Filón

 

Bettina Lovarini ()

 

Giustina (Giuditta) Zanella

 

 

 

Note biografiche del prof. Elio Del Favero

Nato a Lozzo di Cadore il 17 ottobre 1917, il prof. Elio Del Favero moriva improvvisamente l' 11 dicembre 1990 a Bologna dove era stato trasportato da Faenza, città in cui viveva dal 1954 e da dove aveva insegnato sia nella Scuola media inferiore, sia in quella superiore fino al suo collocamento a riposo, avvenuto al termine dell'anno scolastico 1982/83.

La sua preparazione culturale era maturata attraverso studi iniziati nel Collegio Salesiano Astori di Mogliano Veneto e completati con una laurea in lettere conseguita all'università di Firenze, dove si iscrisse dopo il conseguimento del diploma di maestro elementare. Durante gli studi universitari, esercitò la professione di maestro elementare a Lorenzago di Cadore, dove viene ancora affettuosamente ricordato come "il maestro Elio". Partecipò alla seconda guerra mondiale col grado di tenente dei Granatieri sul fronte albanese; fu fatto prigioniero e deportato in Polonia e poi in Germania, dove trascorse due lunghi anni nei campi di concentramento. Rientrato in patria al termine del conflitto, nel 1946 ricoprì la carica di Sindaco di Lozzo di Cadore, per contribuire all'opera di ricostruzione di cui il paese necessitava.

In quell'anno sposò Giovanna Rubbi, giovane bolognese anch'essa laureata in lettere, con cui condivise gioie e dolori per i quarantaquattro anni di durata del loro matrimonio. Già durante il periodo di fidanzamento, aveva trasmesso alla futura moglie un amore così profondo per il Cadore, da convincerla a discutere la tesi di laurea sulla storia del Cadore nel 1300.

Anche i figli Mario e Angelo con i nipotini Alberto e Luca, impararono ad amare la terra di origine dalle sue parole, specialmente durante le passeggiate nei boschi , quando raccontava ai piccoli aneddoti, episodi curiosi, e descriveva personaggi a volte pittoreschi

conosciuti in gioventù, di cui ha lasciato anche testimonianza scritta. Questo contribuì a creare un legame sempre più profondo fra i suoi discendenti e la terra dei loro avi, a cui tornano ogni anno moglie, figli, nuore e nipoti durante le vacanze estive, per conservare il collegamento con i luoghi che hanno imparato ad amare tanto. Non erano bastati trentasei anni vissuti in Romagna, terra da lui amata come una seconda patria, ad offuscare nel prof. Elio il ricordo e l'affetto per la sua terra natale e la sua gente.

Il prof. Del Favero era una persona generosa, di spirito un po' arcadico (bucolico), e un cultore appassionato del latino, dell'italiano e delle letterature attinenti, che aveva la capacità di rendere accessibili e gradite ai suoi alunni. La sua competenza e il suo atteggiamento di misurata severità temperata da una connaturata bontà, ottenevano stima, affetto e collaborazione.

La sua preparazione letteraria lo portava a uno studio approfondito del dialetto del suo paese di origine; l'opera risultante è il frutto di lunghe ricerche nei ricordi e nell'ambiente per la conservazione non soltanto del linguaggio, ma anche delle tradizioni culturali, delle quali, dietro ad ogni parola, c'è un richiamo alla memoria.

Il lavoro eseguito con meticolosità e precisione costituiva per il prof. Elio Del Favero la continuità di un affettuoso legame con i cari luoghi dell'infanzia e della giovinezza, ed è un dono prezioso che egli ha lasciato a ciascuno dei suoi concittadini, insieme ad un chiaro esempio di onestà professionale e di vita.

 

                    In rappresentanza dei suoi più affezionati allievi

 

                                Lina De Donà Fabbro.