Dizionario della gente di Lozzo - La parlata ladina di Lozzo di Cadore

dalle note del prof. Elio del Favero  - a cura della Commissione della Biblioteca Comunale

prefazione del prof. Giovan Battista Pellegrini  

 

Comune di Lozzo di Cadore - il seguente contenuto, relativo all’edizione 2004 del Dizionario,  è posto online con licenza Creative Commons attribuzione - non commerciale - non opere derivate 2.5 Italia, il cui testo integrale è consultabile all’indirizzo http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/legalcode. Adattamento dei testi per la messa online di Danilo De Martin per l’Union Ladina del Cadore de Medo. Per ulteriori approfondimenti è a disposizione la home page del progetto “Dizionario della gente di Lozzo” alla quale si deve fare riferimento per le regole di trascrizione fonetica utilizzate in questo progetto. Il presente file è pre-formattato per la stampa in A4.

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La fienagione.

 

1 - Introduzione

 

Parlare di fienagione al giorno d'oggi, a Lozzo e nelle zone circostanti, è perlomeno fuori luogo; non ci sono più bestie nelle stalle e, salvo rari casi, neanche quest'ultime, per cui viene a mancare la necessità di produrre il fieno. Lo sfalcio viene fatto solo nella campagna che attornia il paese, da gente da fuori, ed ha più lo scopo di curare l'aspetto ambientale che non l'utilità di reperire il foraggio. Vengono utilizzati mezzi meccanici con tecnologie avanzate e in pochi giorni si sfalcia, si raccoglie, si imballa e si porta il fieno a destinazione. Il paragone tra il passato e il presente è improponibile stante l'enorme diversità dei mezzi usati. È doveroso precisare che una volta i prati, con lo sfalcio a mano, risultavano rasati alla perfezione, contrariamente ad oggi. Inevitabile, diremmo, dovendo l'operazione ridurre al minimo i costi. Lo scopo di questa scheda, però, non è descrivere l'oggi ma raccontare il passato, cioè fino agli anni '50, attraverso la testimonianza di chi vi ha operato. Vorremmo che il lettore seguisse con noi questo racconto facendo così un viaggio a ritroso nel tempo; sarà un rivivere la propria vita contadina per i più anziani, conoscerla farla propria per le nuove generazioni. Gli attrezzi da lavoro, accantonati nei fienili e nelle soffitte, ricoperti di polvere, ci accompagnano in questa narrazione.

 

2 - Dati storici e statistici

 

L'attività rurale della gente di Lozzo è rappresentata in quel periodo dalla coltivazione dei campi, dall'utilizzo dei boschi, dall'allevamento del bestiame e conseguentemente dallo sfalcio delle zone prative e del pascolo in alta montagna. Le zone limitrofe all'abitato sono, in parte, coltivate a patate, fagioli, granturco, segala, orzo, canapa e lino. Il resto, anche se più discosto ma sempre a valle, a prato, le vàre. Il prato vero e proprio si estende dal paese oltre le zone coltivate terminando, dopo ripidi pendii, ai confini con il pascolo di Pian dei Buoi. Premesso questo, e dovendo parlare della fienagione, riportiamo i seguenti dati per avere un'idea della mole di lavoro e della quantità di foraggio che si deve stivare per sfamare il bestiame. Il consumo medio giornaliero di fieno per tipo di animale risulta così suddiviso: mucca 20 kg, capra e pecora 5-6 kg. Il Brentari dice, riferendosi al 1886, che si trovavano all'alpeggio 408 bovini adulti, 400 tra ovini e caprini, 230 tra manze e vitelle, facile risulta il calcolo. Per un anno, per mantenere una mucca, escludendo il periodo di alpeggio, ci vogliono 50 q di fieno corrispondenti circa a 6500 m2 di prato. Per mantenere in stalla una capra o una pecora, per un periodo di 180 giorni all'anno, il rimanente periodo era destinato a pascolo,  sono necessari invece circa 9 quintali di fieno. Si può arguire che tranne le zone adibite a pascolo e quelle boscate, tutte le aree vengono falciate; neanche un fazzoletto di suolo resta incolto. Ne è testimonianza il fatto che alcuni si recano anche nelle radure dei boschi e ai margini delle zone rocciose a falciare l'erba con il falcino (séśola) o con una falce rovinata per poi portarlo ad essiccare in un luogo soleggiato; l'operazione veniva chiamata dì a sčotà.Sempre con riferimento all'anno 1886, il territorio del comune di Lozzo è così suddiviso:

 

Coltura          kmq         %

 

bosco            12,0198  40,50

prato            4,4451   15,00

pascolo          6,7625   22,80

campi coltivati  1,0050    3,40

sterile          5,4109   18,20

abitato          0,0310    0,10

 

Totale:         29,6743  100,00

 

3 - Descrizione del territorio

 

Per descrivere la fienagione va innanzitutto presa conoscenza del territorio, della sua consistenza e dislocazione. Le mappe catastali delineano una proprietà privata e la sua grande suddivisione in piccole e molteplici particelle. Ciò è dovuto al continuo succedersi di divisioni tra eredi, diversamente da come accade nelle vallate dell' Alto Adige, dove il primogenito eredita tutta la proprietà fondiaria. Opposto il concetto locale, dove ad ogni erede viene assegnato un pezzo di campo, uno di prato e uno di bosco, per dare ad ognuno il minimo per sopravvivere. Il campo per ricavarne patate, granturco e quant'altro, il prato per il fieno da dare al bestiame ed il bosco per il legname e la legna da ardere. Altra causa del notevole frazionamento del territorio è la sua suddivisione in colonnelli, per ben sette volte parte della proprietà comunale è stata divisa data in proprietà od in enfiteusi perpetua ai cittadini. Merita fare cenno al fatto che le divisioni e i frazionamenti dei fondi vengono fatti sul campo da periti agrimensori che stilano poi un tipo di rilievo, con le varie misure, documento che viene consegnato ad ogni proprietario. Contemporaneamente vengono fissati i confini, cioè delle pietre conficcate nel terreno con incisa una croce sulla parte visibile. Attorno dei paletti che si notano a distanza. La zona a prato si può suddividere in due categorie: quella posta sul piano e coltivata chiamata vàra, l'altra, non coltivata, che si estende con diverse diramazioni arrivando fino ai pascoli di Pian dei Buoi, è il prà.

 

4 - Attrezzi da lavoro

 

 

Altre definizioni utili al racconto

 

 

5- Le varie operazioni che si susseguono nell'arco dell'anno

 

Si inizia d'inverno con il trasporto con le luóide del letame, gràsa, sulla vàra lasciandolo sul terreno in cumuli. Successivamente, con la fórča lo si stende su tutta l'area. Il disgelo e le piogge primaverili ne favoriscono la penetrazione nel terreno e quindi la concimazione. Poi, prima che l'erba spunti, si procede alla pulizia della vàra, togliendo i sassi e la terra che eventualmente le talpe hanno smosso. Con l'avanzare della stagione tale operazione si estende man mano ai prati, pra. Prima a quelli a quote medio basse, successivamente a quelle più alte. Consiste principalmente nel togliere le ramaglie cadute dagli alberi a causa della neve e del vento accumulandole e bruciandole sul posto. I rami di larice più grossi, invece, vengono messi da parte e conservati nel fienile perché servono in autunno o in inverno per preparare il carico della luóida, le leñe del fién. I prati più vicini al paese vengono puliti verso fine marzo, primi di aprile, quelli più lontani in maggio o inizio di giugno; questa operazione, di a kurà, viene fatta dopo il periodo dei venti primaverili, evitando così di dover ripetere il tutto. Nell'intervallo fra questa operazione ed il primo sfalcio, la gente si dedica al lavoro negli orti e nei campi.

Con l'avanzare della stagione, tempo permettendo, si procede ai primi sfalci, avendo cura di valutare che l'erba non sia troppo fresca perché, altrimenti, asciugandosi diminuisce la resa. Preparati gli attrezzi la sera precedente, ci si cura alla falce con la battitura usando le batadóire. Una operazione questa, delicata, da effettuare con particolare maestria. Dopo aver conficcato l inkùdin sulla soglia del tabià, su una radice di un albero o direttamente nel terreno,  appoggiatavi la lama della falce, con il martello si inizia a percuoterla. Anche in paese vi è un posto fisso dove si batte la falce; è generalmente un grande sasso dove, in un foro riempito di legno, si conficca l'incudine. Questa è  più corta e massiccia di quella conficcata nel terreno; quest' ultima  è provvista, all'incirca sulla metà, di due o quattro cerchi metallici che le impediscono di sprofondare nel terreno durante la battitura. Bàte la fàu è operazione necessaria per ribattere le tacche e le asperità della lama che si formano quando sfalciando, accidentalmente viene colpito un sasso, una radice o altro oggetto giacente sul prato. Esistono due tipi di incudine e martello: uno con la testa dell'incudine piatta di forma quadrata o rotonda, di alcuni centimetri di superficie, su cui si batte con un martello i cui lati, quasi sempre inclinati simmetricamente, finiscono in uno spigolo arrotondato; l'altro tipo con la testa dell'incudine ingrossata in alto e smussata simmetricamente fino a formare uno spigolo arrotondato, su cui si batte con un martello a due bocche quadrate. Per proteggere lo spigolo temperato dell'incudine, al momento di conficcarla, viene messo tra essa ed il martello un pezzo di legno. Nel battere la falce bisogna fare molta attenzione a non sbagliare il colpo (la lama se strinfèa) con il pericolo che in quel punto si formi una crepa o che addirittura si stacchi un pezzo. Verso sera il battere ritmico e cadenzato dei numerosi contadini presenti in una stessa zona produceva un suggestivo concerto . Altro metodo antico di battere la falce, ora caduto in disuso, era quello denominato kol pontèl. In questo caso la lama non veniva smontata dal faučà, bensì battuta montata sullo stesso, usando un puntello di legno infisso nel terreno. Il pontèl termina con una punta che si infila in un foro fatto sul faučà; il contadino può così spostare la lama a suo piacimento facendo fulcro sul puntello di legno. In questo caso, contrariamente al metodo classico, la lama è rivolta verso l'alto; tale metodo era usato solamente da persone esperte.

Riprendendo dopo questa digressione il succedersi delle operazioni diremo che si inizia con lo sfalcio delle vàre coltivate con sementi particolari, spaña, altìsima e strafòi, per passare poi alle altre. Di primo mattino, con la rugiada, aguažo, lo sfalcio è più agevole. Si falcia una fascia alla volta e l'erba segata forma delle strisce chiamate andèi che corrono a righe parallele fra loro ad una larghezza corrispondente a quella della falciata. Ad ogni andèi si affila la falce servendosi della kóde che si porta appresso nel kodèi agganciato alla cintura sulla schiena dell'operatore. Un particolare tipo di erba molto sottile che cresce su terreni magri, difficile da tagliare, è chiamata èrba stalì. Un tipo di erba molto gradito dalle bestie è la sesarèla, pisello dei prati, quella non gradita, che si estirpava, era la fiùba, che una volta seccata diventava legnosa. Poi si sparge l'erba in modo regolare con l'uso di rastrello o forca, quindi dopo circa tre ore la si rivolta, voltà, per far in modo che asciughi anche la parte umida a contatto con il terreno e verso sera la si rastrella allestendo i covoni, kogolùže. Si provvede a realizzare immediatamente i kogolùže anche durante la giornata quando il tempo minaccia pioggia, purché l'erba sia perlomeno asciutta. L'indomani, dopo che il terreno si è asciugato dalla rugiada, si risparge l'erba dei covoni, a mano o con l'ausilio della forca per la completa essiccazione. Si rivolta nuovamente, quindi se l fién sòna da séko è pronto per essere rastrellato, caricato nel lenžuó, portato nel fienile e quindi stivato. Se l'erba è bassa o rada (màgra), impiega una sola giornata ad essiccare. Nei prati poco soleggiati l'erba viene trasportata ad essiccare su un prato vicino precedentemente falciato, esposto al sole. Se a conclusione delle operazioni, l'erba ammassata nel fienile non è del tutto secca, prima di tornare in paese o di trasferirsi in altre zone di sfalcio, vengono collocate alcune grosse pietre nel mórsèl per eliminare l'umidità.

Dopo una quindicina di giorni, stessa procedura per le altre vàre. Nel frattempo, con l'avanzare della stagione si montica il bestiame e si ha quindi più tempo da dedicare alla campagna (campi e prati). Verso il 10 di luglio circa lo sfalcio interessa una fascia a quota superiore al paese e cioè Val de Tomàs, Koleniéi, la Kros, Le Spése, Nàro, i Čantoi, Kol Medàn, Vàra Grànda e Vàra Pìžóla, Pianižòle, Sorasàle e Kòsta, per queste zone non è necessario pernottare fuori casa, coloro che possiedono un fienile in zona, stivano il fieno in loco, gli altri caricano le lenzuola e con la luóida lo portano in paese. Successivamente ci si allontana ancor più dal paese e cioè si falcia a  Daósto, Narièto, Vialóna, Kornón, La Bóa, Velèza e Moleniés. In queste zone, a seconda delle estensioni delle proprietà si pernotta sul luogo. Non necessitano particolari attenzioni perché alla bisogna si rientra facilmente in paese. Nella prima quindicina di agosto le località interessate allo sfalcio sono ancor più distanti dal paese e salgono di quota: Navói, Fontàna, Kuóilo, Laržéde, Sórapèra, Sórakròde, Póleśìn, Rèvin, Le Vàle, Dàsa, Prapiàn, Fedaròla, Rònkole, Piàn d' Adàmo, Tamarì, Brakùžo.Nei prati di montagna si fa un unico taglio (luglio, agosto) e, data la notevole distanza dall'abitato, i contadini dimorano nei tabià fino ad operazione ultimata, dopodiché raggiungono un'altra località; la trasferta temporanea veniva chiamata di a pra.

Spesso si porta con sé una čàura per il latte da bere ma anche come base per alcuni piatti. Qualche giorno prima della salita, qualcuno si reca sul posto per falciare un po' di erba con cui preparare il giaciglio parečà la kóa, ma chi non possiede un tabià è costretto a domandare asilo ai possessori che in un clima di solidarietà li ospitano (dì a bèke).  Tutti vanno a pra, ad eccezione dei vecchi, degli inabili e dei bambini troppo piccoli. Il lavoro tra uomini e donne non è ben distinto, anche se la falciatura è generalmente riservata ai maschi, ma molto spesso succede che le donne devono sobbarcarsi l'intero lavoro in quanto gli uomini sono occupati nei vari mestieri (falegnami, fabbri, muratori, boscaioli ecc.) oppure sono emigrati in altre regioni d'Italia o all'estero. I bambini danno quegli aiuti compatibili con l'età quali fornire l'acqua da bere e per cucinare, raccogliere la legna e accendere il fuoco, spargere l'erba e altri lavori leggeri. Si può ben dire che nessuno resta disoccupato.

I proprietari iniziano i preparativi con parecchio anticipo rispetto alla data stabilita per la salita in montagna. Non deve mancare nulla poiché la distanza è spesso notevole e il percorso disagevole. Si fa riferimento ad una lista che grossomodo riporta: camomilla, aspirina, limoni, fiammiferi, candele, fanale a petrolio, sale, zucchero, caffè o surrogati, farina bianca abbrustolita con il burro per preparare il brofìto, farina gialla per pestariéi e polènta, il riso per la minestra serale, formaggio, burro, e salame come companatico. Come vestiario e corredo, lenzuola di iuta, coperte per la notte, calzini di lana grezza e qualche indumento di ricambio per i casi in cui ci si bagni, non certo per la pulizia che si rinvia al ritorno a casa. Oltre alle provviste, che devono bastare per tutto il periodo di permanenza nei prati e che vengono poste nei déi, portano appresso la fàu, al restèl, la fórča, le batadóire, al kodèi e la kóde, i rìgin e i funàže, i lenžuós, la barìža.

I proprietari di appezzamenti molto vasti sono costretti a ricorrere ai famosi segantìn, contadini del basso bellunese e del trevigiano che, avendo completato i lavori sulla propria terra, prestano servizio nelle operazioni di falciatura e raccolta del fieno dietro ricompensa. A loro si affiancano delle donne, rodolarése, che hanno il compito specifico di spargere l'erba, rodolà, ma che ovviamente svolgono anche gli altri lavori come voltà, fèi kogolùže, restelà, preparare i fas e caricare i lenžuó. Il rapporto numerico fra segantìn e rodolarése è di tre a uno. Se invece gli appezzamenti erano piccoli, come nella maggior parte dei casi, il lavoro veniva svolto dalla famiglia proprietaria o affittuaria, con qualche sporadico aiuto di altre persone. Il forte dislivello (circa 1000 m) e la grande distanza tra la sede permanente delle stalle in paese ed i pascoli, ha fatto nascere l'esigenza di costruire quei piccoli fabbricati rurali denominati tabiàs per stivare il fieno prodotto in loco.

Per i proprietari di piccoli porzioni di prato in alta montagna non trova giustificazione la costruzione di un fienile in proprio, per cui si devono trovare altre soluzioni: la costruzione del fienile in associazione con altri proprietari posti nella stessa situazione, il penìžo, il morsèl all'esterno dei fienili, la méda. Nel primo caso si fa di necessità virtù, trovando un sedime che può assolvere alle esigenze dei vari compartecipi e soprattutto che sia adiacente a strade idonee al trasporto a valle. All'interno ognuno si crea il proprio morsèl. Il penìžo è una costruzione in aggiunta al corpo del fienile, con le stesse caratteristiche e gli stessi materiali, che però gode di entrata autonoma. Il morsèl de fòra altro non è che lo stivare il fieno attaccato al fienile sulla parte retrostante l'ingresso, sotto lo sporto, per evitare lo stillicidio del tetto. Su un basamento di pietre e rami, che lo solleva da terra, si ammassa il fieno e lo si pressa in continuazione per renderlo compatto ed omogeneo, condizione che si raggiunge con fieno ben asciutto ma non troppo secco. Man mano che sale in altezza, si restringe in larghezza, fino ad arrivare al sottotetto. La larghezza alla base era generalmente di un metro, mentre la lunghezza può variare dai due ai tre metri. Viene quindi lisciato con il rastrello e rami di abete per dargli quella impermeabilità a mo' di capanna. L'ultima operazione, indispensabile per conferire e mantenere l'efficacia del morsèl, consiste nel legare dei rami attorno alla sua base per evitare che le bestie mangino il fieno e ne indeboliscano la struttura. Va sottolineato che la lenta fermentazione dava più qualità al fieno. Il morsèl viene portato via prima della neve, nel tardo autunno, verso la metà o la fine di ottobre.

La méda altro non è che un grosso covone di fieno ben pressato attorno ad un palo centrale. Dovendo però reggersi come struttura e conservare il prodotto per mesi sotto le intemperie, necessita di una tecnica particolare e di accorgimenti tramandati dagli avi ai giorni nostri. Al centro di uno spiazzo viene issato un palo alto 5-6 m, palo dela méda o medì. Per tenerlo perpendicolare è conficcato nel terreno e contornato da grossi sassi. Con legni, sassi e rami si appronta un basamento circolare, sòia, del diametro di 2,5-3 m che evita al fieno il contatto con il terreno. Si inizia quindi l'allestimento avendo nel frattempo provveduto ad ammucchiare il fieno nelle vicinanze che, come per il morsèl, è preferibile non sia troppo secco. Si fa un primo strato quindi una persona vi sale sopra pressandolo ben bene con i piedi girando attorno al palo. Procedendo in questo modo si formavano i vari strati compressi che costituiranno le žópe che, oltre a rendere più consistente la méda, facilitano poi il carico della luóida in quanto con la fórča si toglie uno strato per volta; l'operazione di pressatura continua fino al completamento della méda. Ogni strato viene battuto dall'alto con il rastrello affinché la parte esterna salga omogenea e compatta. Il contadino rimasto a terra fa la stessa operazione battendo il fieno della parte inferiore della méda con il rastrello tenuto di traverso.  Si valuta la quantità di fieno da stivare e pian piano si restringe il diametro di quel tanto da darle una forma conica che permette all'acqua piovana di scorrere lungo l'esterno. Lisciata con il rastrello e rami di abete si verifica che non presenti gobbosità o buche, fontanèle, che consentendo alla pioggia di entrare nel corpo della méda ne comprometterebbero l'integrità. L'ultima operazione consiste nell'infilare a pressione nel palo degli anelli, kolàr, predisposti in precedenza, che in pratica sigillano la méda evitando che la pioggia entri dalla sommità. L kolàr si ottiene con l'erba più lunga, attorcigliata su sé stessa, in quantità tale da ottenere una specie di corda lunga e spessa. Questa viene poi avvolta attorno al braccio e l'ultimo lembo passato all'interno per formare una specie di anello a più giri che viene spinto a pressione lungo il palo fino a contatto con il fieno. Un secondo anello viene costruito con lo stesso procedimento, e viene avvolto direttamente sullo stesso palo sigillandola in modo perfetto. È buona norma generale evitare che durante la raccolta con il rastrello il fieno si attorcigli su se stesso.

Per ultime vengono lasciate le zone più lontane, falciate dopo il 15 agosto, che si possono identificare come quelle poste sui pendii prossimi all'altipiano di Pian dei Buoi, Kòsta dei Vediéi, Tabià dela Foržèla, Dàsa del Santo, Sóra Mižói, Čàmpo de Krós, Vèrtafedèra, Sórakrépa, Vèrna. Nella chiesa di S. Rocco la gente sosta numerosa per la messa all'alba del 16 agosto (giorno di S. Rocco) finita la quale riprende le gerla e i bianchi sacchetti delle provviste e gli arnesi da lavoro prima deposti lungo la via e sui muretti del sagrato e sale ai fienili di alta montagna per gli ultimi giorni di falciatura e fienagione. Nelle zone basse vicine al paese si fanno normalmente due tagli, uno nel mese di giugno e uno in settembre, il fieno della seconda falciata viene chiamato autivói. Nei prati di montagna il taglio è unico.

 

 

6 - Il trasporto del fieno

 

In montagna i fienili sono per la maggior parte disposti e raggruppati lungo le mulattiere perché ovviamente è più agevole la fase di carico delle luóide e la discesa in paese. Per la raccolta del fieno e il suo trasporto nel fienile vengono usati mezzi diversi: con i lenžuós, con i fas o con la vèlma. La scelta di adoperare l'uno o l'altro mezzo è dettata principalmente dalla pendenza del terreno e dalla distanza dal fienile. Se esiste per esempio una forte pendenza e una linea diretta con il fienile sottostante si usa la vèlma. La vèlma è costituita preferenzialmente da lunghi rami di faggio posati sul terreno e caricati con il fieno sulla coda (nella loro parte terminale); terminata la fase di carico l'operatore prende i rami per mano e tirandoli avvalla la vèlma fino al fienile. Se il fieno da stivare è prossimo al fienile si usano i lenžuós, di facile e pratico uso descritti precedentemente. Molto spesso però i tabià sono ubicati distanti dal luogo dello sfalcio; in questo caso il fieno secco viene portato sulle spalle con i fàs, ciò avviene per esempio nei prati de Le Vàle e Rèvin dove il prodotto viene portato ai tabiàs de Kóilo attraverso le ripidissime Pàle de Kòstabrén.

Descriviamo ora come viene costruito un fas: si stende una fune con il čònko a monte, successivamente si preparano le viéstre, cioè dei mucchi di fieno pressati con il rastrello contro le gambe. Le  viéstre sono poste trasversalmente alla fune, l'una accanto all'altra, con un leggero accavallamento per rendere il tutto più compatto. Ultimato il carico si provvede alla legatura che viene effettuata dalla persona a valle, mentre quella a monte preme con mani e ginocchia sul fascio perché rimanga piatto e a forma di parallelepipedo. Il numero delle viestre (da 4 a 6) dipende da diversi fattori quali la robustezza del portatore, la distanza da percorrere, il dislivello da superare, la consistenza delle stesse che non hanno una misura fissa. Completata la legatura, con la pressione delle mani viene creata una concavità in cui appoggiare la testa; il fas è pronto per essere issato sulle spalle del portatore. Al lenžuó  di iuta viene invece steso sul terreno ed il fieno sistemato abbondantemente nel mezzo; due persone prendono i lacci sui vertici incrociati e spingendo con le ginocchia sul lenzuolo tirano progressivamente, con forza moderata, fino a legare fra loro i lacci; stessa operazione per chiudere gli altri due lembi. Il fieno che fuoriesce viene premuto nel lenzuolo che, per essere caricato a spalla, viene posto in posizione verticale rispetto al terreno. Il portatore si china, mette la testa al centro del lenzuolo e le mani aggrappate allo stesso, mentre un'altra persona lo aiuta a sollevarlo per raggiungere il punto di equilibrio.

Il trasporto a valle del fieno avviene in diversi modi a seconda della distanza, della pendenza o della presenza o meno di una strada. Nelle vicinanze del paese si preferisce l karéto oppure la luóida kol čaredèl o il carro trainato dai cavalli, in tutti gli altri casi è inevitabile adoperare la luóida lungo le mulattiere. Con il sopraggiungere dell'inverno è necessario trasportare il fieno dai luoghi di raccolta fino a fondovalle per essere riposto nel tabià vicino alla stalla. A Pian dei Buoi, generalmente, non ci si reca mai in inverno, bensì nel tardo autunno, prima delle grandi nevicate . I luoghi più accessibili, quali Daósto, Nariéto, Prapiàn e la Val Lonğarìn, si raggiungono anche in inverno, con la luóida adattata ai percorsi innevati. A Laržéde e nelle zone con pericolo di slavine si preferisce recarsi prima dell'arrivo della neve o dopo che queste erano precipitate. In inverno si raggiunge Kóilo e Piàn d'Adàmo; Navói invece, nei giorni prossimi alla caduta della neve e di primo mattino aiutati dalla bròśa. La luóida per il trasporto invernale su strade pianeggianti o quasi è dotata di lamine di ferro poste sotto gli audìn, quella senza lamine viene chiamata luóida mùla.

Nelle zone che presentano tratti di strada ripidi e pericolosi, si formano delle squadre di più persone che collaborano aiutandosi a vicenda per evitare gravi incidenti. In queste condizioni è d'obbligo munirsi di scarponi chiodati e grìfe. Non sempre bastano le catene o i ràit a frenare la corsa delle luóide, spesso è necessaria la collaborazione di altre persone che, trattenendo, permettono ai carichi di scendere adagio. Famosa la frase rivolta in quelle circostanze al guidatore "kàla tóndo", cioè muovi il mezzo pian piano senza movimenti bruschi e strappi e noi ti assecondiamo. Nei punti più pericolosi le luóide sono calate una ad una con l'ausilio del rìghin e di ancoraggi sulle piante presenti sul percorso. In presenza di terreno coperto dalla neve bisogna comunque dotare la luóida di un sistema frenante che impedisca alla stessa di prendere eccessiva velocità. Per soddisfare questo scopo venivano adoperati due sistemi: le catene poste sotto le lame delle luóide funzionano da freno continuo mentre i ràit servono quando il carico prende una certa velocità. I ràit consistono in un ammasso di fili di ferro legato nella parte anteriore delle luóida, molto vicino al suolo innevato, che ad ogni pressione sugli archi di guida (le dónte), affondano nella neve rallentando la corsa del mezzo. La luóida permette l'avvallamento di carichi di 200 kg; quando il carico è incompleto viene definito musetìna.

 

7 - Conclusioni

In questa scheda si è cercato di raccontare la vita contadina lungo l'arco dell'anno ma si sa bene che nella realtà, pur con tutte le informazioni ricavabili dalla natura e dall'esperienza, al tènpo no se komànda, e quindi la sua variabilità poteva comportare cambiamenti  nello svolgimento delle lavorazioni.

 

Autore della scheda: Giovanni De Diana Bórča.    

   

 

eof (ddm 02-2009)