Dizionario della gente di Lozzo - La parlata ladina di Lozzo di Cadore

dalle note del prof. Elio del Favero  - a cura della Commissione della Biblioteca Comunale

prefazione del prof. Giovan Battista Pellegrini  

 

Comune di Lozzo di Cadore - il seguente contenuto, relativo all’edizione 2004 del Dizionario,  è posto online con licenza Creative Commons attribuzione - non commerciale - non opere derivate 2.5 Italia, il cui testo integrale è consultabile all’indirizzo http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/legalcode. Adattamento dei testi per la messa online di Danilo De Martin per l’Union Ladina del Cadore de Medo. Per ulteriori approfondimenti è a disposizione la home page del progetto “Dizionario della gente di Lozzo” alla quale si deve fare riferimento per le regole di trascrizione fonetica utilizzate in questo progetto. Il presente file è pre-formattato per la stampa in A4.

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n  art. (f. na) un, uno, una. N lìbro, n òn, na màre, na čàśa un libro, un uomo, una madre, una casa; n àutro, n àutra un altro, un'altra; l e n bón, l e n kàro è un uomo buono, è un uomo caro, simpatico; l e na bòna, l e na kàra è una donna buona, è una donna cara, simpatica (v. un).

 

n  prep. in. N bràge, n čaméśa in pantaloni, in camicia; n ğiro in giro; sta n pès stare in piedi, stare ritto; sta n fórse essere indeciso, tentennare; n tré, n sié, n òto in tre, in sei, in otto; n su, n do, n ìnte, n fòra, n ka, n la in su, in giù, in dentro, in fuori, in qua, in là; n kél fàto ke ... per il fatto che...; kéla kàmbra la e de la nène, n kél fàto ke e stòu l pàre a daila kuàn ke i a fàto fòra la camera è di mia zia perché suo padre gliela ha assegnata quando ha fatto le divisioni; n Nariéto, n Namós, n Aurère in località Nariéto, Namós, Aurère; n tin, ntìn un po'; n kuói, nkuói oggi; n siéra, nsiéra ieri sera; n iére, niére ieri (v. ìnte).

 

na cong. non ha equivalente in italiano. È una deformazione di né, usata solo nella locuzione na si, ne nò un pochino; me tóča béte skàrpe na si, ne nò, pì grànde parkè èi čatòu sólo késte mi tocca usare scarpe leggermente più grandi perché non ne ho trovate altre (v. , si).

 

Nadàl sm. (pl. Nadài) Natale. A Nadàl, da Nadàl a Natale; vìa pal Nadàl nel periodo di Natale; sóte Nadàl in prossimità delle feste di Natale; loc. durà da Nadàl a San Stèfin durare per breve tempo; prov. Nadàl frédo, Pàska čàuda; prov. da Nadàl n pè de n ğàl, da Paskéta n oréta a Natale le giornate si allungano di poco, ma con l'Epifania si sono allungate ormai di un'ora (v. Paskéta).

 

Nadalìa sf. (nome) soprannome di famiglia.

 

nàdo agg. (pl. nàde, f. nàda) nato. Nùdo nàdo, nùda nàda completamente nudo, come appena nati.

 

nàia (solo sing.) servizio militare, fig. vita dura. Dì sóte la nàia andare sotto le armi; fèi la nàia prestare il servizio militare; késta no e na vìta e na nàia questa non è vita, è come fare il servizio militare.

 

nakàda sf. (pl. nakàde) stupidaggine, corbelleria. No sta i nakàde non fare corbellerie.

 

Nàko  sm. (nome) soprannome di famiglia.

 

nàko  agg. (pl. nàke, f. nàka) stupido, babbeo. Te sés pròpio n puóro nàko sei davvero un povero babbeo.

 

nakòrdese, ninkòrdese rifl. (me nakòrdo; nakordèo; nakordésto) accorgersi, capire. Me son nakordésto ke èra bèlo tàrde mi sono accorto che era ormai tardi; no sta fèite nakòrde fa in modo che nessuno si accorga di niente; te te nakordaràs nte l pisà non è una cosa facile, te ne accorgerai quando proverai a farlo.

 

nàna  sf. (pl. nàne) nanna, culla. Dón a i nàna (nàne) andiamo a dormire; dóne a nàna andiamo a dormire; e bèlo tàrde, tòle l tùto e bételo nte nàna è già tardi, prendi il bimbo e mettilo nella culla.

 

Nàna  sf. (nome) ipoc. di Giovanna.

 

nàne agg. (inv.) stupido, allocco. Te sés l sòlito nàne sei il solito stupido; èse n puóro nàne essere un povero scemo.

 

Nanèlo sm. (nome) soprannome di famiglia.

 

Nàni, Nanùti, Nanùto sm. (nome) ipoc. di Giovanni, Giovannino.

 

Nanón, Bùśe de Nanón sm. (top.) località nelle vicinanze di Čanpeviéi.

 

na òta avv. una volta. Na òta i fiói avèa pì respèto par so pàre una volta i figli avevano più rispetto verso il padre (v. òta).

 

nàpa  sf. (pl. nàpe) cappa del camino, fig. naso. La cappa del focolare è una struttura appesa sopra il fuoco che serve a convogliare il flusso del fumo che sale per il camino. È bordata in basso da una cornice di legno con mensola, alla quale viene solitamente appesa una tendina ricamata che permette di regolare con facilità il punto più basso della cappa e di evitare così di sbattere la testa sulla mensola stessa. La mensola é sempre stata il posto più comodo per appoggiare quello che doveva essere a portata di mano in caso di bisogno, fiammiferi, candele, si mettevano a seccare i semi di zucca (tažói) o altri prodotti dei campi. Un'altra mensola o una grata di legno si trova nella parte interna della cappa per appoggiare la ricotta e altri prodotti da affumicare. La cappa non è centrata sul larìn, ma è leggermente spostata oltre la pèra da fuóu, il flusso infatti spinge l'aria calda oltre il centro del focolare verso il camino che è al di là della mezzeria. Al centro della nappa è collocata una sbarra a cui è appesa la catena. La sbarra permette di portare avanti e indietro la catena e quindi regolare la posizione della pentola sul fuoco. Sta sènpre sóte la nàpa non allontanarsi mai dal paese, da casa; vàrda ke nàpa guarda che nasone. (v. čapìn).

 

nàpa  sf. (pl. nàpe) moccio, moccolo dal naso. Avé la nàpa avere il moccio; netàse le nàpe pulirsi il naso (v. kandelòto).

 

napoletàn sm. (pl. napoletàne) napoletano, ma anche in generale chi parla con accento meridionale. So neóda l a maridòu n napoletàn sua nipote ha sposato un napoletano (v. venežiàn).

 

Napoletàna sf. (nome) soprannome di famiglia.

 

narànža sf. (pl. narànže) arancia. Màñete sta narànža mangiati quest'arancia.

 

Nàrdo sm. (nome) ipoc. di Bernardo, Leonardo.

 

Nàro sm. (top.) località a nordovest del paese sulla strada che dalle Spése porta a Vialóna.

 

narsì vb. imp. (narsìse; narsìa; narsìu) inaridire. L sól a narsìu dùte i faśuói il sole ha inaridito il terreno e di conseguenza ha fatto seccare tutti i fagioli; èi la lénga narsìda ho la lingua arsa dalla sete.

 

nàs sm. (inv.) naso. Netàse l nàs pulirsi il naso; sofiàse l nàs soffiarsi il naso; avé nàs avere naso, avere intuito; te dào inte pàl nàs ti dò sberle in faccia; čapàla nte l nàs prenderla nel naso, cioè prendere una bella lezione; avé l nàs ke kóre avere il raffreddore; fažoléto da nàs fazzoletto da naso; tabàko da nàs tabacco da fiuto; fičà l nàs nte le ròbe de kiàutre ficcare il naso nelle faccende altrui; stòrže l nàs torcere il naso, provare ribrezzo per qualcosa; i bùs del nàs le narici del naso; sàngo de nàs sangue di naso; loc. se no te tàśe, te néto l nàs se non stai zitto ti dò un ceffone; tirà su l nàs tirare su il moccio del naso, invece che pulirselo col fazzoletto.

 

nàsa sf. (pl. nàse) rete a imbuto per catturare uccelli e per pescare. Loc. te ses tomòu nte nàsa ci sei cascato, sei caduto in un tranello.

 

naśà vb. trans. (nàśo; naśèo; naśòu) annusare, fiutare, fig. capire. Tu te nàśe sènpre dùto tu annusi sempre tutto; èi naśòu derèto de kè ke se tratèa ho capito al volo di cosa si trattava; naśà tabàko fiutare tabacco; nàśela, mò impara, ti sta bene.

 

naśàda sf. (pl. naśàde) annusata, colpo al naso, fig. rimprovero. Èra skùro e èi čapòu na naśàda ke no te dìgo era buio ed ho sbattuto il naso in un modo che non ti dico; sta naśàda te stà pròpio polìto questo rimprovero ti sta bene; kuàn ke l tabakéa, l fa žèrte naśàde ke no fenìse pi quando fiuta tabacco, lo fa in modo esagerato.

 

nàse vb. intr. (nàso; nasèo; nasù, nasésto) nascere. Nàse san nascere sano; nàse malòu nascere malato; nàse siór nascere ricco; nàse puaréto nascere povero; nàse dréto nascere dritto; nàse stòrto nascere storto; e nasù n àutra fémena è nata un'altra femmina; l èrba, la salàta, le patàte, l sórgo e bèlo nasùde l'erba, l'insalata, le patate, il granoturco sono ormai spuntati; prov. da ròba nàse ròba da cosa nasce cosa; prov. añó ke se nàse, òñi èrba pàse ogni cosa che proviene dalla terra in cui si è nati, reca giovamento; prov. biśòña nàse par èse le doti si ereditano, non si acquistano; prov. se sa añó ke se nàse, ma nò añó ke se muóre si sa dove si è nati, ma non si sa dove si morirà.

 

nàstro sm. (pl. nàstre) nastro, fettuccia. La se léa le dréže ko n nàstro si lega le trecce con un nastro; par fermà le čàuže okóre n nàstro perché le calze non scivolino, bisogna legarle con una fettuccia; l a sènpre n grùmo de nàstre ntórnese ha sempre molte cianfrusaglie addosso (v. leànda).

 

Nàta  sf. (nome) soprannome di famiglia.

 

nàta  sf. (pl. nàte) natta, ciste sebacea. L a l čòu pién de nàte ha la testa piena di natte (v. krùkola).

 

natìvo agg. (pl. natìve, f. natìva) nativo, oriundo. Sésto natìvo de ka? sei originario di qui?

 

Nàto sm. (nome) ipoc. di Fortunato.

 

natùra sf. (pl. natùre) vagina, genitali. L a mañòu màsa miél kéla tùta, adès la a la natùra nfiamàda quella bambina ha mangiato troppo miele, ora ha la vagina infiammata. Il miele è ipercalorico.

 

naturàl  sm. (pl. naturài) indole, carattere, costituzione. L a n naturàl ke no me piàśe nùia ha un carattere che non mi piace affatto.

 

naturàl  agg. (pl. naturài, f. naturàla, pl. naturàle) naturale, genuino. Ka e dùto naturàl qui tutto è naturale, genuino, non artificiale.

 

naturàl3 escl. naturale, naturalmente, di sicuro, certamente. Domàn ke se marìda to fiól, te pagaràs da béve. Naturàl! domani si sposerà tuo figlio, pagherai da bere. Certamente!

 

naulì vb. intr. (naulìso; naulìo; naulìu) diventare livido. L brùsko ñànte naulìse e daspò madurìse il foruncolo prima diventa livido e poi maturo.

 

nàusa sf. (solo sing.) malattia che colpisce le unghie delle capre fino a renderle zoppe. La malattia è provocata dallo stare a lungo in una stalla umida e melmosa, come accade durante il periodo delle piogge in autunno o ad aprile. Le capre ammalate venivano allora condotte al pascolo al Ğòu de le žòte, località che si trova proprio vicino alla vecchia kaśèra delle capre quando questa si trovava ancora a Sorakrépa sotto l'ex rifugio Marmarole, venivano curate con l'arnica.

 

nàuž sm. (inv.) pattino per le ruote del carro. Slitta di legno munita di una lama di ferro, nell'incavo del legno si infilava la ruota del carro per transitare sulla strada innevata. Era molto comodo perché durante il viaggio, se la neve si scioglieva, si poteva facilmente sfilare e si proseguiva sulle ruote. I nàuž venivano assicurati alle ruote del carro con una catena. Nkuói e mèo ke tolóne su i nàuž, parkè sto tènpo me sa ke fa na nevèra oggi è meglio che ci portiamo appresso i nàuž perché, con il cielo così coperto, è possibile che venga una forte nevicata. Nkuói a neveòu e okóre i nàuž oggi è nevicato e bisogna mettere i pattini sotto le ruote dei carri.

 

nàuža sf. (pl. nàuže) truogolo del maiale. Sia nàuža che festìn significano truogolo per il maiale, ma mentre la nàuža è mobile ed è formata di solito da un piccolo tronco d'albero incavato per raccogliere il cibo, il festìn è fisso ed è costituito da una specie di cassetta a tenuta stagna, attaccata al porcile (sčodìžo) fornita di uno sportello superiore mobile, che si può alzare. La nàuža del poržèl e sènpre vóita il maiale ha sempre fame, se vuoi che ingrassi bisogna dargli più cibo; prov. ki ke no vo vardà la nàuža, vàrde l poržèl per vedere se il mangiare è sufficiente, se non vuoi controllarlo volta per volta, guarda direttamente il maiale (v. festìn).

 

naveśèla sf. (pl. naveśèle) navicella. Recipiente a forma di navicella per contenere l'incenso da versare nel turibolo durante le cerimonie religiose. L sagrestàn avèa betù màsa nčènso nte la naveśèla e nte sagrestìa èra dùta na kalupèra il sacrestano aveva messo troppo incenso nella navicella e in sacrestia c'era troppo fumo.

 

navéta sf. (pl. navéte) navetta della macchina da cucire. Kéla tośàta me a točòu la navéta e adès la màkina no kóśise pì polìto quella bambina ha toccato la navetta e ora la macchina da cucire non funziona più bene.

 

nàvia sf. (pl. nàvie) protezione di rami di abete. Viene posta sulla parte anteriore della slitta carica di legna, per proteggere la schiena del conduttore lungo le discese molto pendenti. È anche una protezione, costituita sempre da rami di abete, che, posta sulla parte posteriore del carico, evita che durante il tragitto il fieno cada. Tàia do dói ràme de dàsa ke faśón la nàvia taglia dei rami di abete che facciamo la nàvia.

 

Navói sm. (top.) località a nord del paese dopo Kuóilo sulla strada per Pian dei Buoi.

nàže sf. (inv.) residuo dalla cottura del burro. È una crema leggermente zuccherina che un tempo si mangiava spalmata sul pane. Nkuói èi mañòu pàn e nàže oggi ho mangiato pane e nàže.

 

nbaità vb. trans. (nbaitéo; nbaitèo; nbaitòu) aspettare qualcuno e sorprenderlo di nascosto. Se te vós čapàlo te tóča nbaitàlo per prenderlo bisogna tendergli un agguato (v. baità, vaità).

 

nbakukà vb. trans. (nbakukéo; nbakukèo; nbakukòu) imbacuccare, togliere la capacità di discernere. L e ruòu dùto nbakukòu è arrivato tutto imbacuccato; kél là nbakukéa ànke só màre quello è capace di raggirare perfino sua madre.

 

nbalà vb. trans. (nbàlo; nbalèo; nbalòu) imballare, impacchettare, riporre. Nbalà la ròba imballare la roba; i a točòu nbalà dùta la teràlia parkè l a kan biòu čàśa ha dovuto imballare tutta la terraglia perché si è trasferito di casa.

 

nbalsamà vb. trans. (nbalsaméo; nbalsamèo; nbalsamòu) imbalsamare, star fermo, intontire, fig. convincere, stregare. A Pròu e dói bràe a nbalsamà a Pròu lavorano due bravi imbalsamatori; ko le só čàčere l te nbalsaméa con il suo modo di parlare ti incanta.

 

nbalsamòu agg. (pl. nbalsamàde, f. nbalsamàda) imbalsamato, fermo, fisso, fig. intontito, plagiato; són restòu kóme nbalsamòu sono rimasto sbalordito dalla sorpresa.

 

nbàr pron. agg. (inv.) molti, tanti, parecchi. Avé nbàr de pìte avere molte galline; to fiòža l a nbàr de tośàte tua figlioccia ha diversi figli (v. bàr).

 

nbarkà vb. trans. rifl. (me nbàrko; nbarkèo; nbarkòu) imbarcarsi, imbrogliare. Me fardèl e dù a nbarkàse pa l Amèrika mio fratello si è imbarcato per l America; ka no se nbàrka kùke qui non c'è gente così sciocca da farsi abbindolare.

 

nbarlumà vb. trans. (nbarluméo; nbarlumèo; nbarlumòu) abbagliare, affascinare. Al me a nbarlumòu ko i só skèi mi ha incantato con i suoi soldi; òñi tànto me nbarluméo ogni tanto mi confondo.

 

nbarlumòu agg. (pl. nbarlumàde, f. nbarlumàda) abbagliato, affascinato, intontito. Son restòu nbarlumòu sono rimasto intontito, abbagliato.

 

nbastardà vb. intr. (nbastardéo; nbastardèo; nbastardòu) imbastardire, degenerare, tralignare. Va là ke ñànke tu te nbastardìse va là che neppure tu traligni (v. bastardà).

 

nbastì vb. trans. (nbastìso; nbastìo; nbastìu) imbastire, allestire, organizzare. Nbastì la karpéta imbastire la gonna; nbastì la tàsa de léñe allestire la catasta della legna; nbastì l matrimònio combinare il matrimonio; ki élo ke a nbastìu dùte ste ròbe? chi è stato a organizzare tutte queste cose?

 

nbastidùra sf. (pl. nbastidùre) imbastitura. Su sta mània okóre la nbastidùra su questa manica c'è bisogno dell'imbastitura.

 

nberlàse vb. rifl. (me nbèrlo; nberlèo; nberlòu) storcersi, andare fuori centro, fig. inciampare, perdere il controllo. È un fenomeno che si presenta facilmente per il legname di porte, finestre o travi che al sole, seccando si contorcono. Il legno è un materiale sempre vivo che continua a muoversi anche dopo lunga stagionatura, il fenomeno è dovuto alla diversa azione degli agenti atmosferici sul lato esposto al sole e su quello riparato, o più banalmente ad una mancata o insufficiente stagionatura del legno come accade in tempi di realizzazioni rapidissime. I skùre i se a nberlòu le imposte si sono deformate. La ròda e nberlàda la ruota ha perso la rotondità; me nbèrlo mi sbilancio; kél gòto de vìn me a nberlòu quel bicchiere di vino mi ha fatto perdere l'equilibrio.

 

nberlòu agg. (pl. nberlàde, f. nberlàda) storto, fuori piombo, fig. fuori senno, brillo. Sta bréa e bèlo nberlàda quest'asse è completamente storta, è fuori squadra; són dùto nberlòu sono completamente intontito; sésto nkóra nberlòu? sei ancora brillo?

 

nbestialìse vb. rifl. (me nbestialìso; nbestialìo; nbestialìu) arrabbiarsi, imbestialirsi. Parkè te nbestialisésto kosì? perché ti arrabbi in questo modo?; bàsta póčo parkè l se nbestialìse basta poco per farlo arrabbiare.

 

nbežìl agg. (pl. nbežìi, f. nbežìla, pl. nbežìle) imbecille, stupido. Te devènte sènpre pì nbežìl diventi sempre più imbecille.

 

nbilàda sf. (pl. nbilàde) arrabbiatura, mortificazione. Čapàse na nbilàda prendersi una solenne arrabbiatura (v. bìle).

 

nbilàse vb. rifl. (me nbìlo; nbilèo; nbilòu) arrabbiarsi, amareggiarsi. Ànke sta òta me són nbilòu par nùia anche questa volta mi sono arrabbiato per nulla.

 

nbilòu agg. (pl. nbilàde, f. nbilàda) amareggiato. Kel tós e sènpre nbilòu quel ragazzo è sempre amareggiato.

 

nboiakà vb. trans. (nboiakéo; nboiakèo; nboiakòu) stendere la malta liquida nelle fessure. Il verbo viene usato anche con valore dispregiativo. Nboiàka polìto kéle piastrèle stendi bene la malta nelle fughe di quei pavimenti; késta e pròpio na nboiakàda questo è proprio un lavoro mal fatto (v. boiàka).

 

nbonbà vb. trans. (nbonbéo; nbonbèo; nbonbòu) inzuppare d'acqua. La barìža e skardelìda: okóre nbonbàla de àga la botticella ha le doghe asciutte e lascia passare l'acqua: bisogna immergerla nell'acqua perché si inzuppi e le doghe tornino ad essere impermeabili (v. stonfàse).

 

nbonbòu agg. (pl. nbonbàde, f. nbonbàda) bagnato fradicio. Són tornòu a čàśa dùto nbonbòu sono tornato a casa bagnato fradicio.

 

nbondói pron. e agg. (solo pl., f. nbondóe) parecchi, molti. Composizione da n bón dói una buona quantità di, dove dói funge da partitivo e indefinito. Èi nbondói faśuói e ànke nbondóe patàte ho parecchi fagioli ed anche parecchie patate.

 

nbontìn pron. (inv.) una buona quantità di, molto, parecchio. Dall'unione di n bón e tìn un buon pezzo; l se a betù nbontìn de polènta su l piàto si è preso un bel pezzo di polenta (v. tìn.).

 

nboskà vb. trans. intr. (nboskéo, nbósko; nboskèo; nboskòu) rimboschire. Da kuàn ke no se séa pi, l prà l se a dùto nboskòu da quando non si falcia più, il prato si è tutto rimboschito (v. renboskà).

 

nbotì vb. trans. (nbotìso; nbotìo; nbotìu) imbottire. Okóre nbotì de pì sti čapìn se nò se se skòta bisogna imbottire di più queste presine altrimenti ci si scotta.

 

nbotìda sf. (pl. nbotìde) coperta imbottita. Èi nkóra la nbotìda ke avèa fàto fèi la nòna ho ancora la coperta imbottita della nonna.

 

nbragà vb. trans. (nbragéo; nbragèo; nbragòu) legare, imbragare. Nbràga polìto ste tàe, se nò le rìsa dó lega bene questi tronchi altrimenti scivolano.

 

nbražà vb. trans. (nbràžo; nbražèo; nbražòu) abbracciare. Nbràža to fiól kuàn ke l rùa, ke l e stòu n brào abbraccia tuo figlio quando arriva, perché è stato bravo (v. bražolà).

 

nbreagà, nbreagàse vb. trans. e rifl. (nbreagéo; nbreagèo; nbreagòu) ubriacare, ubriacarsi. Sto vìn me a nbreagòu questo vino mi ha fatto ubriacare; parkè te nbreagéesto sènpre perché ti ubriachi sempre; èi tànto de kél ğiròu, ke me són nbreagòu ho girato e girovagato così tanto che sono ubriaco senza bere.

 

nbreagèla sm. (pl. nbreagèle) ubriacone. Tó amìgo koñóse dùte le ostarìe, l e n nbreagèla il tuo amico frequenta tutte le osterie, è un ubriacone (v. nbriagèla).

 

nbreàgo agg. (pl. nbreàge, f. nbreàga) ubriaco, brillo, fig. morto di fatica. Pò, sésto bèlo nbreàgo? come, ma sei già ubriaco? Riuscire a sopportare l'alcool è sempre stato motivo di competizione tra giovani e meno giovani. A fòrža de portà brée, son deventòu nbreàgo a forza di portare tavole sono disfatto dalla fatica (v. čòko).

 

nbreagón agg. (pl. nbreagói, f. nbreagóna, pl. nbreagóne) ubriacone, persona ormai preda del vizio. Accr. di nbreàgo; nbreagón de n nbreagón ubriacone di un ubriacone.

 

nbročà vb. (nbročéo; nbročèo; nbročòu) inchiodare usando piccoli chiodi in legno o bròče. De sòlito le sàndole sul spòrto vién nbrončàde di solito sullo sporto del tetto le scandole vengono inchiodate.

 

nbroià, nbroiàse vb. trans. e rifl. (nbròio; nbroièo; nbroiòu) imbrogliare, ingannare, ingannarsi, imbrogliarsi. Tò fiól a bèlo nparòu a nbroià tuo figlio ha già imparato ad imbrogliare; fig. a vardàlo da lontàn, l te nbròia viste da lontano tutte le cose appaiono diverse da quello che sono in realtà; vàrda ke ó no èi mai nbroiòu nisùn bada che io non ho mai imbrogliato nessuno.

 

nbroiàda sf. (pl. nbroiàde) imbroglio. L a čapòu na nbroiàda é stato imbrogliato.

 

nbròio sm. (pl. nbròie) imbroglio, inganno. Ma vàrda nte ke nbròio ke me čàto ma guarda in quale pasticcio mi trovo; dì n avànte a fòrža de nbròie andare avanti a forza di imbrogli; l e pién de nbròie non sa far altro che imbrogliare.

 

nbroión agg. (pl. nbroiói, f. nbroióna, pl. nbroióne) imbroglione. Kél òn e pròpio n nbroión quell'uomo è proprio un imbroglione.

 

nbuśà vb. trans. (nbùśo; nbuśèo; nbuśòu) imbucare, nascondere. No me pénso pì añó ke èi nbuśòu le čàve de čàśa non mi ricordo dove ho messo le chiavi di casa; añó te sésto nbuśòu? dove ti sei cacciato?, dove sei andato a nasconderti?

 

nčadenà vb. trans. (nčadenéo; nčadenèo; nčadenòu) incatenare, irrobustire i muri maestri della casa con aste di ferro. Nčadenà la vàča incatenare la mucca alla mangiatoia; al mùro se a śbreòu, okóre nčadenàlo il muro si è incrinato, bisogna legarlo con corde metalliche e con aste di ferro.

 

nčantonà vb. trans. (nčantonéo; nčantonèo; nčantonòu) imbrogliare, nascondere dietro l'angolo, lasciare in disparte. Ànke sta òta te me as nčantonòu anche questa volta mi hai imbrogliato; tu te nčantonée sènpre àlgo tu nascondi sempre qualcosa; no sèi pì añó ke èi nčantonòu l žapìn non so più dove ho messo il žapìn.

 

nčasà vb. trans. e rifl. (nčàso, nčaséo; nčasèo; nčasòu) otturare, intasarsi. Són nkóra nčasòu déi pestariéi ho ancora lo stomaco scombussolato dalla quantità esagerata di farinata che ho mangiato; nkóra n tin ke te màñe, te te nčàse se mangi ancora rischi di fare indigestione; le lavadùre a nčasòu l seğèr gli avanzi hanno otturato il secchiaio.

 

nčaśàse vb. rifl. (me nčàśo; nčaśèo; nčaśòu) accasarsi, metter su famiglia. Ió me són nčaśòu nkóra dóvin io ho messo su famiglia quando ero ancora molto giovane.

 

nčodà vb. trans. (nčòdo; nčodèo; nčodòu) inchiodare, fermare di colpo. Nčodà na bréa inchiodare un'asse; la paùra me a nčodòu la paura mi ha inchiodato; al sfòržo me a nčodòu la spàla lo sforzo mi ha bloccato la spalla.

 

nčokà, nčokàse vb. trans. e rifl. (me nčòko; nčokèo; nčokòu) ubriacare, ubriacarsi, inebriare, inebriarsi. Se bévo n tin de sñàpa, me nčòko derèto se bevo un po' di grappa mi ubriaco subito; al se nčòka dùte le siére si ubriaca ogni sera; a fòrža de ğirà me són nčokòu žènža béve a forza di girare, mi sento come ubriaco.

 

nčòstro sm. (pl. nčòstre) inchiostro. Kuàn ke l tórna da skòla l e dùto spórko da nčòstro quando ritorna da scuola è imbrattato d'inchiostro; négro kóme l inčòstro nero come l'inchiostro.

 

nčòu avv. in fondo, a capo, in cima. Skomìnžia nčòu l čàmpo a béte dó le màže de faśuói inizia dalla cima del campo a infilare le aste per i fagioli (v. čòu).

 

nčužaužà vb. intr. (nčužaužéo; nčužaužèo; nčužaužòu) perdere il filo del discorso. Te me as nčužaužòu mi hai interrotto il discorso, mi hai fatto perdere il filo del discorso.

 

ndalì, ndalìse vb. trans. e rifl. (ndalìso; ndalìo; ndalìu) ingiallire. Al sól ndalìse i faśuói il sole fa maturare i fagioli; i ğerànie se a dùte ndalìu i gerani si sono tutti ingialliti (sono senz'acqua); la fióra l a ndalìu la febbre lo ha fatto diventare giallo.

 

ndalìu agg. (pl. ndalìde, f. ndalìda) ingiallito. Kuàn ke l é levòu, l èra dùto ndalìu quando si è alzato dopo la lunga degenza, era ingiallito; l séko a fàto veñì dùte le èrbe ndalìde la verdura si è quasi seccata per la mancanza di pioggia; ndalìu de n ndalìu ingiallito che non sei altro, espressione alle volte offensiva rivolta ad una persona di salute cagionevole.

 

ndaòs, ndaòta avv. o prep. indietro. Dì ndaòs andare indietro, indietreggiare; tornà ndaòta tornare indietro (v. daòs).

 

ndavòi avv. all'indietro, di ritorno. Dì ndavòi andare all'indietro, retrocedere; da ndavòi restituire (v. davòi, ndaòta).

 

ndebolì, ndebolìse vb. trans. e rifl. (ndebolìso; ndebolìo; ndebolìu) indebolire, spossare, debilitarsi. Al màsa laóro ndebolìse il lavoro esagerato indebolisce, spossa; la fióra lo a ndebolìu la febbre lo ha indebolito.

 

ndefìžil agg. (inv.) difficile. E ndefìžil ke ... è difficile che...; l a studiòu e adès l pàrla ndefìžil ha studiato e ora parla italiano in modo ricercato, incomprensibile (v. defìžil).

 

ndeñàse vb. rifl. (me ndéño; ndeñèo; ndeñòu) ingegnarsi, industriarsi, vergognarsi. Al se ndéña a fèi de dùto si ingegna a fare di tutto; a sto móndo se kóñe ndeñàse, se se vo vive a questo mondo è necessario industriarsi se si vuol riuscire a vivere; no me ndéño ñànke ke te vàde a laurà la doménia mi vergogno che tu vada a lavorare di domenica.

 

ndéño sm. (pl. ndéñe) ingegno, acume. Tó fiól l e pién de ndéño tuo figlio è pieno di ingegno, ha iniziativa.

 

ndenočàse vb. rifl. (me ndenočéo; ndenočèo; ndenočòu) inginocchiarsi. Kuàn ke se e davànte al Siñór, se se ndenočéa quando ci si trova davanti al Santissimo ci si deve inginocchiare; a fòrža de ndenočàse, l a la čàl sui denóğe a furia di inginocchiarsi, ha fatto il callo sulle ginocchia.

 

ndenočón avv. ginocchioni. Par kastìgo te staśaràs n tin ndenočón per castigo starai un po' ginocchioni; kéla deśgràžia l a bičòu ndenočón quella disgrazia l'ha prostrato completamente.

 

ndenóğo avv. in ginocchio, ginocchioni. Nte čéśa stào sènpre ndenóğo in chiesa sto sempre in ginocchio (v. ndenočón).

 

ndeñós agg. (pl. ndeñós, f. ndeñośa, pl. ndeñośe) ingegnoso, pieno di iniziativa. No èi mài vedù nisùn ndeñós kóme te non ho mai conosciuto nessuno pieno di iniziativa come te.

 

nderižà vb. trans. (nderìžo; nderižèo; nderižòu) indirizzare, fare l'indirizzo. Añó àsto nderižòu la létra? dove hai indirizzato la lettera?

 

nderìžo sm. (pl. nderìže) indirizzo. Sto nderìžo e śbaliòu questo indirizzo è sbagliato.

 

ndespetì, ndespetìse vb. trans. e rifl. (ndespetìso, ndespetìse; ndespetìo; ndespetìu) indispettire, nauseare. Kol tò far, te ndespetìse dùte col tuo modo di fare, indispettisci tutti; a fòrža de mañà i pestariéi, i me a ndespetìu a forza di mangiare pestariéi, mi hanno nauseato.

 

ndó avv. in giù. Dì ndó andare in giù, scendere (v. ).

 

ndolžì vb. trans. (ndolžìso; ndolžìo; ndolžìu) addolcire, rendere più mite. Ndolžìse n tin de pì sto kafè addolcisci un po' di più questo caffè; n tin a l òta ànke tó màre se a ndolžìu un po' alla volta anche tua madre è diventata più mite; ndolžì la pìrola mitigare la severità.

 

ndopià vb. trans. (ndópio; ndopièo; ndopiòu) raddoppiare. Ndopión l spàgo, se nò l se krèpa mettiamo lo spago doppio altrimenti si rompe.

 

ndorà vb. trans. (ndoréo; ndorèo; ndoròu) indorare. Fèi ndorà sta kornìs: te vedaràs ke bèla ke la devènta fai dorare questa cornice: vedrai come diventerà bella.

 

ndormenžà, ndormenžàse vb. trans. e rifl. (me ndorménžo; ndormenžèo; ndormenžòu) addormentare. Sta kanžón me ndorménža questa canzone mi fa addormentare; són tànto stràko ke apéna ke rùo nte liéto, me ndorménžo kóme n žùko sono così stanco che mi addormento non appena mi metto a letto.

 

ndormenžòu agg. (pl. ndormenžàde, f. ndormenžàda) addormentato, intorpidito, fig. scemo, stupido. E mèdodì e te ses nkóra ndormenžòu è ormai mezzogiorno e sei ancora addormentato; kél là e sènpre pì ndormenžòu quello diventa sempre più stupido; a fèi kel laóro me són ndormenžòu na ğànba facendo quel lavoro mi si è informicolata la gamba.

 

ndòrmia sf. (pl. ndòrmie) anestesia. Ñànte l operažiòn i a dòu la ndòrmia prima dell'operazione lo hanno anestetizzato.

 

ndòs avv. addosso. Èi ndòs dùto kél ke èi quel che possiedo è tutto quello che ho addosso; bétese ndòs mettersi addosso, indossare; prov. ùna ndòs, ùna n fòs una camicia indosso e una a lavare, chi vive dello stretto necessario.

 

ndosà vb. trans. (ndòso, ndoséo; ndosèo; ndosòu) indossare, vestire. Nkuói ndòso l nuižàl oggi indosso il vestito da sposa. Un tempo la sposa non indossava al nuižàl solo il giorno delle nozze, ma anche la domenica successiva, giorno in cui, accompagnata dalla suocera, si recava in chiesa a prendere possesso del banco che spettava alla famiglia. La terza domenica successiva al matrimonio, la novella sposa indossava invece l'abito nero e la quarta domenica il sóte nuižiàl, cioè un abito un po' meno sontuoso del nuižàl; poi ciascuna sposa indossava gli abiti che le condizioni economiche le permettevano.

 

ndovinà vb. trans. (ndovinéo; ndovinèo; ndovinòu) indovinare, immaginare, azzeccare. Ndovìna n tin ki ke e ruòu indovina un po' chi è arrivato; io ndovinéo sènpre dùto io azzecco sempre tutto.

 

ndovinèl sm. (pl. ndoviniéi) indovinello. Loc. ndovìna ndovinèl dimmelo se lo sai.

 

ndrežà vb. trans. (ndréžo; ndrežèo; ndrežòu) raddrizzare, mettere sulla buona strada. Ndréža n tin sta bréa raddrizza un po' quest'asse; prov. pa stràda se ndréža l čàr col tempo le cose si metteranno a posto; no se ndréža le ğànbe ài čàn quando una persona è cresciuta nel vizio, non la si può più correggere, oppure no se puó ndrežà na piànta stòrta ko l e kresésta non si può raddrizzare una pianta storta quando è già cresciuta, l'educazione cioè va impartita durante la crescita (v. drežà).

 

ndrìo avv. indietro. Usato solo in poche locuzioni, ad es. dì navànte e ndrìo andare avanti e indietro, passeggiare; le patàte e nkóra ndrìo le patate non sono ancora mature; tó fiól a skòla l e pì ndrìo de dùte tuo figlio a scuola è il più somaro di tutti; me son čapàda ndrìo non ho ancora finito il mio lavoro, non mi sono più rimessa dalla malattia; e àne ke vàdo ndrìo a sta ròba sono anni che mi dedico a questa faccenda o a questo lavoro; loc. pa sta ròba no me vòlto ñànke ndrìo non dò alcuna importanza a questa faccenda, tanto da non meritare che neppure mi volti (v. davòi).

 

ndurì vb. trans. e intr. (ndurìso; ndurìo; ndurìu) indurire, intorpidire. Èi dùta la ğànba ndurìda, oppure me èi ndurìu dùta la ğànba mi si è intorpidita tutta la gamba; al botìro kuóto se a bèlo ndurìu il burro cotto si è già indurito; kéla žùča se ndurìse sènpre de pi quel tale diventa sempre più stupido.

 

nduśià vb. intr. (ndùśio; nduśièo; nduśiòu) indugiare, ritardare. No se puó nduśià pì de kosì non si può ritardare più di così.

 

ndùśio sm. (pl. ndùśie) indugio, ritardo nel decidere. Al tò ndùśio a ruinòu dùto il tuo ritardo nel prendere una decisione ha rovinato tutto.

 

né, nè cong. né, appena appena, né... né. No èi mañòu, né pàn né formài non ho mangiato né pane né formaggio; no l a dìto nè si nè nò non ha detto né si né no; volaràe n pèi de skàrpe, na si ne nò pì pìžole vorrei un paio di scarpe appena un po' più piccole.

 

neàutre pron. pers. noi, noialtri. Il pronome nói è una forma entrata in uso di recente a Lozzo, nella parlata tradizionale si usa normalmente neàutre a differenza dell'italiano che usa noialtri perlopiù in contrapposizione con voialtri. Tu te as da veñì a pède neàutre devi venire con noi; neàutre laurón e veàutre mañé noialtri lavoriamo e voialtri mangiate, consumate (v. tabella pronomi).

 

nébia sf. (solo sing.) nebbia. Termine usato solo nel prov. nébia bàsa, bón tènpo làsa le nuvole basse del mattino non impediscono di aver il sole a mezzogiorno. Il termine di uso corrente per la nebbia è kalìgo (v. kalìgo).

 

negà  vb. trans. (négo; negèo; negòu) negare. Parkè négesto dùto? perché neghi tutto?; kél là negaràe ànke de èse fiól de só màre quello negherebbe anche ciò che è evidente.

 

negà,  negàse vb. trans. e rifl. (me négo; negèo; negòu) annegare, infradiciarsi. Nkuói èi negòu i ğatolìn oggi ho annegato i gattini; operazione che viene fatta quando una gatta mette al mondo troppi gattini; me són negòu dùto mi sono bagnato, infradiciato tutto; loc. dì a negàse nte l àga grànda aver manie di grandezza come voler fare acquisti in una grande struttura commerciale. La frase comunque viene usata principalmente per dire che, quando ci si deve curare per una grave malattia, è meglio ricorrere ad una struttura ospedaliera di una certa dimensione.

 

negòu agg. (pl. negàde, f. negàda) bagnato fradicio. Son ruòu a čàśa dùto negòu sono arrivato a casa completamente fradicio (v. arneòu).

 

négro agg. (pl. négre, f. négra) nero, fig. sporco, arrabbiato. Skàrpe, karpéta, vestì négro scarpe, gonna, vestito nero; véde négro essere pessimista; vestì de négro vestire di nero, portare il lutto; loc. són stùfo e négro de te e de dùte non ne posso più di te e di tutti gli altri; négro kóme i koióne de mùs nero più che mai, nerissimo; loc. négro kóme la bórsa de le àneme nero come la seconda borsa delle offerte, quella delle anime morte, sporchissimo; négro kóme na bòda nero come uno scarafaggio, nerissimo.

 

negròla sf. (pl. negròle) passera scopaiola (zool. Prunella modularis).

 

Néna sf. (nome) ipoc. di Maddalena.

 

nène sf. (inv.) zia. Gli appellativi nène e bàrba, zia e zio, una volta venivano usati genericamente per tutte le persone anziane, anche se non strettamente imparentate, specie quelle che abitavano nel vicinato. Kuàn véñela tó nène? quando arriva tua zia?

 

Nèno sm. (nome) ipoc. di Eugenio.

 

neóda, nevóda sf. (pl. neóde, nevóde) nipote femmina.

 

neódo, nevódo sm. (pl. neóde, nevóde) nipote maschio. Ànke késto e me neódo anche questo è mio nipote; èi tré neóde e na nèža ho tre nipoti maschi ed una nipote femmina (v. nevódo).

 

neós agg. (pl. neóśe, f. neóśa) irrequieto, smanioso, inquieto. Al tùto e sènpre neós: l a d avé màl de pànža il piccolo è smanioso: deve avere mal di pancia.

 

Nèrt sm. (top.) Erto. Paese vicino a Longarone, semidistrutto dall'ondata causata dalla frana del monte Toc precipitata nel lago artificiale del Vaiont (9 ottobre 1963). Kéle da Nèrt le donne di Erto; il termine è riferito alle donne di Erto che andavano di paese in paese, con grandi gerle in spalla e a volte anche con una cesta al braccio a vendere a domicilio i prodotti del loro artigianato, quali posate, taglieri, arcolai, attaccapanni di legno e skarpéte di pezza.

 

nervéto sm. (pl. nervéte) nervetto, tendine. I nervéte del pè i tendini del piede; sta kàrne e piéna de nervéte questa carne è piena di nervetti; tó fiól e dùto nervéte tuo figlio è pieno di energia; loc. te ğàvo i nervéte espressione di un genitore irritato verso i figli.

 

nèrvo sm. (pl. nèrve) nervo, tendine, fig. malumore. Al se a spakòu n nèrvo si è spezzato un tendine; te as sènpre i nèrve sei sempre irritato; paràse n nèrvo fòra de pósto accavallarsi un tendine; nèrvo de bò pene di bue o toro che, una volta essiccato, veniva adoperato come scudiscio per il bestiame.

 

nès agg. (pl. nèse, f. nèsa) piccino, bimbo, individuo. Loc. puóro nès povero piccino; kél puóro nès a debeśuói de dùto quel poveretto ha bisogno di tutto; puóra nèsa! poverina!

 

nèsa sf. (solo sing.) fame, fig. indigenza. Èi na nèsa ho molta fame; kél puaréto a sènpre la nèsa quel poveretto ha sempre una gran fame; i lo a tiròu su nte la nèsa lo hanno allevato nella miseria.

 

netà vb. trans. (néto; netèo; netòu) pulire. Il verbo è spesso accompagnato da alcuni avverbi: netà su, netà dó, netà via, netà fòra; netà i vestìs pulire i vestiti; netà fòra la téča pulire il tegame; netà su l siòlo pulire, lavare il pavimento; netà vìa la màča pulire la macchia; dì a netà l čampé, i pràs andare a pulire campi e prati da erbacce, sassi e altro; netà dó le sàle spazzare le scale.

 

netàda sf. (pl. netàde) pulita, pulitura. Sto siòlo a pròpio debeśuói de na netàda questo pavimento ha davvero bisogno di una bella ripulita.

 

netàse vb. rifl. (me néto; netèo; netòu) pulirsi. Netàse l nàs, l mùśo, le réğe pulirsi il naso, la faccia, le orecchie; netà l bósko ripulire il bosco da rami e fronde; operazione che si rende necessaria dopo il taglio delle piante. Se il bosco non viene ripulito dai rami o dalla sterpaglia, le pianticelle (novelàme) non sono in grado di crescere bene.

 

netìśia sf. (pl. netìśie) pulizia, nettezza, lindezza. Màsa netìśia nte kéla čàśa troppa pulizia in quella casa, si dice così alle donne che curano in modo eccessivo la pulizia della casa.

 

néto agg. (pl. néte, f. néta) netto, pulito. Čàśa néta, vestìs néte casa pulita, vestiti puliti; teñì néto tenere pulito; èse néto essere pulito; fig. tu te sés sènpre néto da lesìva sei sempre senza un soldo.

 

Nèto sm. (nome) ipoc. di Ernesto.

 

néve sm. (solo sing.) neve. Markà su l néve segnare un prestito sulla neve sapendo con sicurezza di non recuperare più il denaro; stan e veñésto pì néve ke sórgo quest'anno c'è stata più neve che granoturco; néve e pióva a só tènpo ogni cosa deve venire al momento giusto; ñànke stan le sorìže a mañòu l néve neppure quest'anno i topi hanno mangiato la neve, espressione tipica che si dice con il sopraggiungere delle prime nevi dell'inverno; fèi i làge ko la néve fare laghi con la neve; si tratta di un gioco: i bambini costruivano il giorno di S. Biagio piccoli sbarramenti per formare delle pozze d'acqua lungo le strade approfittando del disgelo primaverile; prov. l néve maržìse sóra e sóte la neve fa marcire tutto quello che tocca.

 

neveà vb. imp. (nevéa; neveèa; neveòu) nevicare. L a neveòu dùta la nuóte è nevicato per tutta la notte; al nevéa kóme n sasìn nevica a larghe falde; prov. se l invèrno pióve, d istàde l nevéa se piove d'inverno, nevica d'estate, cioè se d'inverno il tempo è mite, d'estate farà freddo; prov. an da néve, an da féde se d'inverno nevica molto, i raccolti e i prodotti della stalla saranno abbondanti; prov. dài Sànte la se fa avànte, dài Mòrte l e su le pòrte, da San Martìn l e da veśìn, da Sant'Andréa no e da fèise marevéa, da Nadàl no la fa màl, da primo de an se la tòle su kol vàn all'inizio di novembre (Ognissanti) la neve si fa avanti, il due novembre (commemorazione dei defunti) essa è alle porte, a San Martino (11 novembre) è vicina, a Sant'Andrea (30 novembre) non c'è da meravigliarsi se nevica; a Natale la neve è utile, a Capodanno nevica tanto da poterla raccogliere col ventilabro (v. snevužà).

 

neveàda sf. (pl. neveàde) nevicata. Àsto vedù ke neveàda hai visto che nevicata.

 

nevèra sf. (pl. nevère) nevicata abbondante, grande ammasso di neve. Ñànte ke sta nevèra vàde via, vó tènpo prima che tutto questo ammasso di neve si sciolga, ce ne vorrà del tempo.

 

nevódo sm. (pl. nevóde) nipote. Lemma usato da chi ostentava una cultura superiore.

 

nèža sf. (pl. nèže) la nipote. Kuànte nèže àsto bèlo? quante nipotine hai già?

 

nežesàrio sm. (inv.) necessario, occorrente. Tòlete su l nežesàrio e kamìna o va a laurà prenditi su quello di cui hai bisogno, viveri e attrezzi, e vai o va a lavorare.

 

nfagotà vb. trans. (nfagotéo; nfagotèo; nfagotòu) infagottare, imbacuccare, vestirsi male. Nfagotéelo polìto ke no l čàpe frédo imbottiscilo bene perché non prenda freddo; ke séa invèrno o istàde te sés sènpre nfagotòu sei sempre imbacuccato; kuàn ke la se viéste, la se nfagotéa quando si veste, si ingoffa sempre.

 

nfagotàse vb. rifl. (me nfagotéo; nfagotèo; nfagotòu) infagottarsi. Loc. no sta lasàte nfagotà non lasciarti imbrogliare, non farti raggirare.

 

nfamà vb. trans. (nfaméo; nfamèo; nfamòu) patire la fame. La poltronìte nfaméa dùte chi non lavora patisce la fame e la fa patire anche agli altri.

 

nfamòu agg. (pl. nfamàde, f. nfamàda) affamato, famelico. Kél la l a l vèrmo solitàrio parkè l e sènpre nfamòu quello deve avere il verme solitario (la tenia), perché è sempre affamato; va a guernà le vàče ke le e nfamàde vai a dar da mangiare alle mucche, perché sono affamate.

 

nfarinà vb. trans. (nfarinéo; nfarinèo; nfarinòu) infarinare, sporcare di farina. Mariùta molinèra l e sènpre nfarinàda la mugnaia Maria è sempre sporca di farina; al néve de sta nuóte a péna nfarinòu le vàre la neve di questa notte ha appena imbiancato i prati.

 

nfàti avv. infatti. Te avèo dìto ke èra tàrde: nfàti la màre avèa bèlo bičòu fòra i pestariéi ti avevo detto che era tardi, mia madre infatti aveva già versato in tavola i pestariéi.

 

nferà vb. trans. (nferéo; nferèo; nferòu) ferrare. Mettere i ferri ai cavalli o anche mettere le lame alle slitte perché scivolino meglio sulla neve. Nferà i čavài ferrare i cavalli; nferà i bòs, le vàče ferrare i buoi, le mucche, operazione che veniva eseguita sui buoi e le mucche che venivano impiegate per trainare il carro o l'aratro; nferà la luóida mettere sotto i pattini (audìn) della slitta una lama d'acciaio per renderla più scorrevole sulla neve.

 

nferiàda sf. (pl. nferiàde) inferriata, griglia. La nferiàda de la fenèstra l'inferriata, le sbarre della finestra.

 

nférmo agg. (pl. nférme, f. nférma) infermo. E tre àne ke l pàre e nférmo sono tre anni che mio padre è infermo.

 

nferòu agg. (pl. nferàde, f. nferàda) ferrato, munito di ferro o di lame d'acciaio. Čavàl nferòu cavallo munito di ferri; luóida, kòčo, audéta nferàde lame d'acciaio messe sulla slitta, lo slittino, o la slitta curva; l e nferòu porta le scarpe munite di ferri.

 

nfetà vb. trans. (nfèto; nfetèo; nfetòu) infettare, far puzza. Añó ke te pàse, te nfète dove passi, lasci puzza.

 

nfežión sf. (inv.) infezione. L tài de niére a fàto nfežión il taglio che mi sono fatto ieri si è infettato.

 

nfiamàse vb. trans. e rifl. (me nfiàmo, nfiaméo; nfiamèo; nfiamòu) accendersi, infiammarsi, gonfiarsi, fig. arrossire, agitarsi. No okóre ke te te nfiàme par nùia non serve che ti agiti per niente; daspò la pàka, la màn se a nfiamòu dopo la botta, la mano si è gonfiata; le frèise se a nfiamòu derèto kóme le bauśìe le frasche hanno preso fuoco rapidamente come i truccioli del legno.

 

nfiamažión sf. (inv.) infiammazione. Sta nfiamažión nte l pè no me làsa ñànke kaminà questa infiammazione al piede non mi permette neppure di camminare; béte su n tin de ràśa se te vós ğavà la nfiamažión mettiti un po' di resina se vuoi calmare l'infiammazione.

 

nfiamòu agg. (pl. nfiamàde, f. nfiamàda) infiammato, congestionato. Èi dùta la ğànba nfiamàda ho tutta la gamba gonfia, congestionata.

 

nformiàse vb. rifl. (nformiéo; nformièo; nformiòu) informicolirsi, intorpidirsi. Me èi nformiòu dùta la ğànba mi sono informicolito tutta la gamba.

 

nformiòu agg. (pl. nformiàde, f. nformiàda) informicolito. Èi dùta la màn nformiàda ho la mano informicolita.

 

nfrankàse vb. rifl. (me nfrànko; nfrankèo; nfrankòu) affrancarsi, far pratica. Vo àne e anòrum par nfrankàse polìto nte l só mestiér ci vogliono anni e anni di pratica per esser veramente esperti del proprio mestiere.

 

nfumeàse vb. rifl. (me nfumeéo; nfumeèo; nfumeòu) affumicarsi, riempirsi di fumo. Il fenomeno si verifica facilmente soprattutto quando la legna è poco secca o la pressione atmosferica è bassa.

 

nfumentà, nfumentàse vb. trans. e rifl. (nfumentéo; nfumentèo; nfumentòu) fare suffumigi (v. fumentà).

 

nğalìu agg. (pl. nğalìde) fecondato. Riferito per lo più alle uova. Par béte sóte kòka, okóre ke i vuóve sée nğalìde per metterle sotto la chioccia, bisogna che le uova siano state fecondate.

 

nganà, nganàse vb. trans. e rifl. (me ngàno; nganèo; nganòu) ingannare, imbrogliare, sbagliarsi. Io èi nganòu ànke la màre io ho ingannato perfino la mamma, cioè sono stato capace di imbrogliare tutti; l e vèčo ma no l se ngàna mài kuàn ke l kónta i skèi è vecchio, ma non si sbaglia mai quando si tratta di contare i soldi.

 

nğanbaràse vb. rifl. (me nğanbaréo; nğanbarèo; nğanbaròu) incespicare, inciampare. Me son nğanbaròu e son tomòu sono inciampato e sono quindi caduto.

 

ngančà vb. trans. (ngànčo; ngančèo; ngančòu) agganciare. Ngànča n tin sta čadéna a la čanà dai, aggancia la catena alla greppia.

 

ngančòu agg. (pl. ngančàde, f. ngančàda) agganciato. Tiénte ngančòu polìto tieniti ben stretto, agganciato.

 

nğarà vb. trans. (nğaréo; nğarèo; nğaròu) inghiaiare, spargere ghiaia. Okóre nğarà la stràda, se nò se śbrìsa bisogna spargere ghiaia sulla strada, altrimenti si scivola.

 

ngardižà vb. trans. (ngardižéo; ngardižèo; ngardižòu) arruffare, ingarbugliare, infeltrire. Se a ngardižòu dùta la làna del ğèmo si è ingarbugliata tutta la lana del gomitolo; i kónte e čàre: no sta veñì ka a ngardižàli i conti sono chiari: non venire qui a ingarbugliarli; a fòrža de lavàlo, sto maión le dùto ngardižòu a forza di essere lavato, questo maglione è diventato inutilizzabile (v. ngatià).

 

ngaśià vb. trans. (ngàśio; ngaśièo; ngaśiòu) imbastire. Ñànte se ngàśia e daspò se kośìse prima si imbastisce e poi si cuce.

 

ngàśio sm. (pl. ngàśie) imbastitura. Fèi ngàśio kol fìlo biànko fai l'imbastitura con il filo bianco (v. gàśio).

 

ngatià vb. trans. (ngatiéo; ngatièo; ngatiòu) ingarbugliare, arruffare. L ğàto a fòrža de dugà kol ğèmo, l a ngatiòu dùta la làna il gatto a forza di giocherellare con il gomitolo, ha ingarbugliato tutta la lana; sto grópo a ngatiòu dùto l spàgo questo nodo ha ingarbugliato tutto lo spago; pi se va avànti e pì le ròbe se ngatiéa più si va avanti e più le cose si complicano (v. ngardižà).

 

ngolośà, ngolośàse vb. trans. e rifl. (me ngolośéo; ngolośèo; ngolośòu) allettare, attirare, innamorarsi di qualcosa, sentire attrazione per qualcosa. Bàsta na karamèla pa ngolośà kel pùpo basta una caramella per attirare quel bambino (v. ngolośìse).

 

ngolośìse vb. rifl. (me ngolośìso; ngolośìo; ngolośìu) innamorarsi, sentire attrazione per qualcosa. Me son ngolośìu de kel bèl pèi de skàrpe sono attratto da quel bel paio di scarpe; bàsta ke l véde na ròba, ke l se ngolośéa alòlo basta che veda un oggetto qualsiasi che subito se ne innamora.

 

ngordìśia sf. (pl. ngordìśie) ingordigia, avidità. Èse pién de ngordìśia essere molto ingordo, essere molto avido.

 

ngórdo agg. (pl. ngórde, f. ngórda) ingordo, avido, insaziabile. Te sés sènpre l sòlito ngórdo sei sempre il solito ghiottone.

 

ngorğà vb. trans. e rifl. (ngórğo; ngorğèo; ngorğòu) intasare, otturare. Al seğèr se a ngorğòu il secchiaio si è intasato; màña a piàn, se nò te te ngórğe mangia adagio altrimenti ti ingozzi.

 

nğotì vb. intr. (nğotìso; nğotìo; nğotìu) inghiottire, deglutire, fig. sopportare. Nğotìse n tin de òio de rìžino inghiotti, manda giù un po' di olio di ricino; èi bèlo nğotìu tànte ke no puói pi ne ho sopportate talmente tante che adesso non ne posso più (v. parà dó).

 

ngrandì vb. trans. (ngrandìso; ngrandìo; ngrandìu) ingrandire, fig. esagerare. Ngrandì la čàśa ingrandire la casa; ngrandì le ròbe esagerare nelle cose.

 

ngrasà, ngrasàse vb. trans. e rifl. (me ngràso; ngrasèo; ngrasòu) ingrassare, ungere col grasso. Okóre ngrasà i pòlis de la pòrta c'è bisogno di ungere i cardini della porta; te màñe, ma no te te ngràse mài mangi molto, ma non ingrassi mai.

 

ngredà vb. trans. (ngrédo; ngredèo; ngredòu) intonacare. Ngredà la čàśa intonacare la casa (v. grédo).

 

ngrintà, ngrintàse vb. trans. e rifl. (me ngrìnto; ngrintèo; ngrintòu) fare arrabbiare, arrabbiarsi. No sta ngrintà l čàn se nò l te mòrde! non far arrabbiare il cane, altrimenti ti morde; te te ngrìnte par nùia ti arrabbi per nulla.

 

ngrintòu agg. (pl. ngrintàde, f. ngrintàda) adirato, arrabbiato. To fardèl e sènpre ngrintòu tuo fratello è sempre arrabbiato.

 

ngrispà vb. trans. (ngrìspo; ngrispèo; ngrispòu) increspare, fare l'increspatura ai vestiti. Ngrispà la karpéta fare l'increspatura alla gonna.

 

ngrìspe sf. (solo pl.) crespe, increspature. Sta čaméśa e piena de ngrìspe questa camicia è piena di crespe, di pieghe.

 

ngropà, ngropàse vb. trans. e rifl. (ngropéo; ngropèo; ngropòu) annodare, allacciare, fig. incastrare le travi di una costruzione, sentire un nodo alla gola, sentirsi spezzare il cuore. Ngrópa n tin ste kordèle! annoda queste fettucce; ngropón nkóra sti dói čàğe e pò dón a čàśa incastriamo ancora queste due travi perimetrali e poi andiamo a casa; daspò de kéla deśgràžia, me son ngropòu dal dispiažér dopo quella disgrazia, ho avuto un gran dolore da farmi spezzare il cuore; se no piàndo me ngrópo il pianto mi solleva dalle amarezze (v. grópo, deśgropàse).

 

ngropolà vb. trans. (ngropoléo; ngropolèo; ngropolòu) far molti nodi. Me fiól me a ngropolòu dùto l rìgin mio figlio ha fatto molti nodi alla fune (v. ngropà).

 

ngropolòu agg. (pl. ngropolàde, f. ngropolàda) pieno di nodi. Sta kòrda e dùta ngropolàda questa corda è tutta piena di nodi. Ngropolòu è aggettivo moltiplicativo di ngropòu annodato.

 

ngropòu agg. (pl. ngropàde, f. ngropàda) annodato, allacciato, fig. addolorato. Sto fìlo e ngropòu questo filo è annodato; me siénto sènpre ngropàda ho sempre un nodo alla gola, ho una gran voglia di piangere.

 

ngrosà, ngrosàse vb. trans. intr. e rifl. (ngròso; ngrosèo; ngrosòu) ingrossare. Nte sti tre més la se a ngrosòu n grùmo, la spietarà in questi tre mesi è ingrassata parecchio, sarà incinta.

 

ngrufolìse vb. rifl. (me ngrufolìso; ngrufolìo; ngrufolìu) contrarsi, rannicchiarsi, rattrappirsi. Kè àsto ke te sés dùta ngrufolìda cosa hai che sei tutta rigida, rattrappita; avé le màn, i pès ngrufolìde dal frédo avere le mani, i piedi rattrappiti dal freddo.

 

ngrufolìu agg. (pl. ngrufolìde, f. ngrufolìda) rattrappito per il freddo. Se no te te muóve ko sto frédo te rèste ngrufolìu se non ti muovi con questo freddo rimani rattrappito (v. grufolìu).

 

ngrumà vb. trans. (ngrùmo; ngrumèo; ngrumòu) ammucchiare, raggruppare. Ngrumà la ròba ammucchiare la roba; ngrumà skèi ammucchiare denaro per avidità; ngrumà ròba comperare tutto quel che è possibile per pura avarizia; ngrumà l fién ammucchiare il fieno secco per portarlo nel fienile.

 

nguènto, ungènto sm. (pl. nguènte) pomata, unguento. Béte su n tin de nguènto ke te pàsa dùto l màl spalma un po' di unguento sulla ferita e il male ti passerà; nguènto négro ittiolo.

 

ngùria sf. (pl. ngùrie) cocomero, anguria. Na féta de ngùria una fetta di anguria; te ses ros kóme na ngùria sei rosso come un'anguria; mañà màsa ngùria vo dì pisà nte liéto mangiare tanta anguria porta poi a fare la pipì a letto.

 

niànte, ñante avv. e prep. poco fa, prima. Son ruòu niànte sono arrivato poco tempo fa (v. ñante).

 

niàntedì, ñantedì avv. all'alba. Son partìu niàntedì sono partito all'alba; par guernà le vàče okóre levà niàntedì per governare le mucche è necessario alzarsi all'alba.

 

nìča sf. (pl. nìče) nicchia. In particolar modo il termine si riferisce alle nicchie delle chiese dove vengono collocate le statue dei santi. Nte čéśa vèča e nkóra la nìča de Ènčo e Pòña nella vecchia chiesa parrocchiale c'è ancora la nicchia dove erano sistemate le statue di San Domenico e Santa Caterina.

 

nìčo sm. (pl. nìče) angolino. Tiràse nte ničo nascondersi, ripararsi in un angolino.

 

nìda sf. (solo sing.) siero che rimane nella zangola dopo la lavorazione del burro. Fèi péta ko la nìda fare la focaccia con la nìda; l a sènpre mañòu nìda è sempre vissuto nella miseria; chi non aveva mucche o capre, comprava la nìda che costava pochissimo, ma che era anche poco nutriente (v. làte).

 

niére avv. ieri. Niére e tornòu me fardèl ieri è tornato mio fratello; loc. l àutra niére l'altro ieri, ieri l'altro; l àutra niére de la tre giorni fa; niére òto come ieri, otto giorni fa; niére kuìndeśe come ieri, quindici giorni fa (v. nkuói).

 

nìkel sm. (inv.) lichene (bot. Cetraria islandica). Pianta parassita che cresce abbondante soprattutto sui rami del larice, detta anche polmonaria per la sua vaga rassomiglianza con interiora bronchiali. Usata per la tosse persistente o la bronchite cronica, ricavando un infuso di lichene. Fèime n tin de dekòto de nìkel preparami un po' di decotto di lichene; se te vós guarì dal katàro, kuóśete n tin de nìkel se vuoi guarire dal catarro, prenditi un po' di decotto di lichene.

 

nìn  sm. (inv.) piccolo risparmio di denaro. Tiénte n tin de nìn conserva qualche soldo di risparmio; añó téñesto l nìn? dove tieni nascosti i tuoi piccoli risparmi?

 

Nìn  sm. (nome) ipocoristico di Giovanni.

 

nìna  sf. (solo sing.) grappa. Bévete n čikéto de nìna beviti un bicchierino di grappa (v. sìmia, čòka, śbòrña).

 

nìna  sf. (pl. nìne) giocattolo. Dugà ko le nìne giocare con piccoli giocattoli.

 

Nìna3 sf. (nome) ipoc. di Antonia, Bortolina e Giovanna.

 

ninarèla sf. (pl. ninarèle) giocattolino, oggetto di scarso valore. Me neóda se gòde n móndo kon kéle kuàtro ninarèle mia nipote si diverte molto con quattro cianfrusaglie.

 

nìno sm. (pl. nìne) pistolino. No sta točàte l nìno non toccarti il pistolino.

 

ninolàse vb. rifl. (me ninoléo; ninolèo; ninolòu) giocherellare, gingillarsi, fig. perdere tempo in lavori inutili. Kon nùia, l pùpo se ninoléa il bimbo si diverte con poco; te ninolée dùto l dì invece di lavorare perdi tempo.

 

Nìśio sm. (nome) soprannome di famiglia e ipoc. di Dionisio.

 

nisùn pron. e agg. (f. nisùna) nessuno. No èi vedù nisùn non ho visto nessuno; no èi mài vu nisùna fortùna non ho mai avuto nessuna fortuna.

 

nižà vb. trans. (nìžo; nižèo; nižòu) iniziare, intaccare, spellare. Nižà la pèža de formài aprire la forma del formaggio; nižà l salàme, la puìna intaccare il salame, la ricotta.

 

nižàda sf. (pl. nižàde) escoriazione, sbucciatura. Vàrda ke nižàda guarda che escoriazione mi sono fatta.

 

nižàse vb. rifl. (me nìžo; nižèo; nižòu) sbucciarsi, spellarsi, escoriarsi. A fòrža de lavà, me son nižàda dùte le màn a forza di lavare mi sono spellata tutte le mani; le skàrpe nuóve me a nižòu i pès le scarpe nuove mi hanno fatto spellare i piedi.

 

nkalmà vb. trans. (nkàlmo; nkalmèo; nkalmòu) innestare, incalmare. Késte e dùte pomère ke èi nkalmòu questi sono tutti meli che ho innestato; Stan okóre nkalmà dùte le perère se te vós ke le bìče quest'anno bisogna fare gli innesti ai peri se vuoi che dopo fruttifichino; bàrba Kànği a nkalmòu l armelìn lo zio Arcangelo ha fatto l' innesto all'albicocco.

 

nkàlmo sm. (pl. nkàlme) innesto, margotta. Žènža nkàlmo sta pomèra la farà sólo melùže senza innesto, questo melo produrrà solo mele selvatiche.

 

nkalmòu agg. (nkalmàde; nkalmàda) innestato. Ste sośìnère nkalmàde e àne e anòrum ke le fa karége de sośìn questi susini innestati son anni e anni che danno molti frutti.

 

nkandìu agg. (pl. nkandìde, f. nkandìda) inamidato, duro, irrigidito, stecchito. Spesso rinforzato dell'aggettivo séko. L e restòu séko nkandìu è rimasto stecchito; késte e léñe séke nkandìde questa è legna da ardere, perfettamente secca.

 

nkantà vb. trans. (nkànto; nkantèo; nkantòu) incantare, imbrogliare. Kéla tóśa me a nkantòu quella ragazza mi ha incantato; ma ki krédesto de nkantà ka? ma chi credi di incantare, di imbrogliare qui?

 

nkantàse vb. rifl. (me nkànto; nkantèo; nkantòu) incantarsi, rimanere imbambolato, perdere tempo, gingillarsi, incepparsi. Me son nkantòu mi sono incantato, sono rimasto allibito; ki ke se nkànta a da deskantàse chi rimane incantato, chi indugia, poi deve sbrigarsi; la seradùra se a nkantòu la serratura si è inceppata.

 

nkanteśemàse vb. rifl. (me nkanteśeméo; nkanteśemèo; nkanteśemòu) incantarsi, restare a bocca aperta, sedurre. Òñi tànto l se nkanteśeméa ogni tanto si incanta, si meraviglia; l e tànto bèl ke nkanteśeméa è tanto bello che seduce, che fa restar meravigliati.

 

nkaprižiàse vb. rifl. (me nkaprižiéo; nkaprižièo; nkaprižiòu) incapricciarsi, innamorarsi, invaghirsi. To fìa se nkaprižiéa de dùto kel ke e bèl tua figlia si innamora di tutto quello che vede di bello (v. deskaprižiàse).

 

nkardèn avv. inavvertitamente, senza accorgersi. Nkardèn, l e tomàda nte l àga inavvertitamente è caduta nell'acqua.

 

nkarnìse vb. rifl. (me nkarnìso; nkarnìo; nkarnìu) incarnirsi, entrare profondamente, penetrare. Me se a nkarnìu l ónğa del pè mi si è incarnita l'unghia del piede; késto e n màl ke se a bèlo nkarnìu questo è un male che è penetrato ormai profondamente.

 

nkarnìu agg. (pl. nkarnìde, f. nkarnìda) incarnito, incancrenito. Ónğa nkarnìda unghia incarnita; vìžio nkarnìu vizio cronico.

 

nkaroñàse vb. rifl. (me nkaroñéo; nkaroñèo; nkaroñòu) diventare mascalzoni, impigrirsi. Tu te te nkaroñée sènpre de pi diventi ogni giorno più pigro.

 

nkasà vb. trans. e intr. (nkàso; nkasèo; nkasòu) incassare, riscuotere. E bèlo óra de nkasà è già ora di incassare; tu te ses sólo bón de nkasà sei capace solo di incassare, di sopportare, di subire.

 

nkasadùra sf. (pl. nkasadùre) incassatura, nicchia, incavo. Sta ròba sta polìto nte kéla nkasadùra questo oggetto sta bene in quella incassatura, in quell'incavo.

 

nkelfàto ké avv. ecco perché. Avverbio risultante dall'unione di n, kel, fàto, ke. Nkelfàto ké te ridèe ecco perché ridevi (v. kelfatoké, fàto).

 

nkelòta, nkelaòta avv. quella volta, in quel frangente. Avverbio risultante dall'unione di n, ke, la, òta. Nkelòta èro ànke io quella volta c'ero anch'io; da nkelòta da quella volta (v. kelòta, kela òta).

 

nkinàse vb. rifl. (me nkìno; nkinèo; nkinòu) inchinarsi, umiliarsi. Ió me nkìno sènpre davànte l Siñór io mi inchino sempre davanti al Crocifisso; ió no me nkìno de žèrto davànte ài me fiói io non mi umilio certo davanti ai miei figli.

 

nkoà vb. trans. (nkóo; nkoèo; nkoòu) covare una malattia, andare ad abitare a casa della moglie. Es. to fiól nkóa la nfluènža tuo figlio cova l'influenza; kel là e dù a nkoàse quel ragazzo è andato ad abitare a casa della moglie.

 

nkokonà, nkokonàse vb. trans. e rifl. (me nkokonéo; nkokonèo; nkokonòu) rimpinzare, abbuffarsi, ingozzare, rimpinzarsi. Nkokonà le òke ingozzare le oche; me èi nkokonòu de polènta mi sono rimpinzato di polenta (v. nmagonà).

 

nkolà vb. trans. (nkòlo; nkolèo; nkolòu) incollare. Nkòla n òta sta siòla incolla una buona volta questa suola.

 

nkolorì vb. trans. (nkolorìso; nkolorìo; nkolorìu) colorare, dipingere, imbiancare. Okóre nkolorì la nàpa de čàśa ke la e dùta négra bisogna dare il colore alla nappa di casa perché è tutta nera (v. deskolorì).

 

nkolpà vb. trans. (nkólpo; nkolpèo; nkolpòu) incolpare, accusare. Da nkelaòta ke èi robòu kéle dóe pìte, i me nkólpa sènpre me da quando rubai le due galline, tutti incolpano sempre me di ogni cosa che succede.

 

nkoñà vb. trans. (nkóño; nkoñèo; nkoñòu) mettere un cuneo, incuneare, saldare i manici. Nkóña l badì metti un cuneo al badile per renderlo stabile (v. kói).

 

nkontrà, nkontràse vb. trans. e rifl. (me nkòntro; nkontrèo; nkontròu) incontrare, incontrarsi. Nkòntro òñi dì to pàre incontro ogni giorno tuo padre; i se nkòntra sènpre si incontrano sempre.

 

nkòntra avv. incontro, verso. Son du nkòntra a la màre sono andato incontro alla mamma.

 

nkóra avv. ancora. E nkóra nuóte è ancora notte.

 

nkorniśà vb. trans. (nkorniśéo; nkorniśèo; nkorniśòu) incorniciare. Èi nkorniśòu l litràto de la nòna ho incorniciato il ritratto della nonna (v. nsoadà).

 

nkorporìse vb. rifl. (nkorporìso; nkorporìo; nkorporìu) incorporarsi, amalgamarsi. Làsa ke la menèstra se nkorporìse lascia che la minestra cuocia ancora in modo che tutti gli ingredienti (specialmente i grassi) si amalgamino bene.

 

nkòrto, nakòrto, ninkòrto agg. (pl. nkòrte, f. nkòrta) accorto. Me son nkòrto alòlo mi sono accorto subito; me son nakòrto alòlo ke te me volèe nbroià mi sono accorto subito che volevi imbrogliarmi (v. nakòrdese).

 

nkožà, nkožàse vb. trans. e rifl. (me nkòžo; nkožèo; nkožòu) insudiciare, insozzare, lordare. A fòrža de dorà kéla kanevàža, l avèo nkožàda dùta a forza di usare quello straccio, l'avevo insudiciato tutto.

 

nkožòu agg. (pl. nkožàde, f. nkožàda) sporco, sozzo, insozzato, lordato. Kànbiete de čàuže ke le e dùte nkožàde cambiati le calze perché sono proprio sporche; no l se làva mai: par késto ke l e sènpre nkožòu non si lava mai: per questo è sempre così sudicio.

 

nkreàse vb. rifl. (me nkréo; nkreèo; nkreòu) godere, provare una grande gioia o un grande sollievo. A védete me nkréo quando ti vedo provo una grande gioia.

 

nkrìka sf. (solo sing.) contrasto, lite. Èse nkrìka kón kalkedùn essere in contrasto con qualcuno.

 

nkrikàse vb. rifl. (me nkrìko; nkrikèo; nkrikòu) slogarsi, procurarsi una lussazione. Detto anche di macchina o congegno che si ferma per un guasto o per mancata lubrificazione. Me son nkrikòu na spàla mi sono lussato una spalla; la seradùra se a nkrikòu la serratura si è bloccata, non funziona più.

 

nkrodàse vb. (nkrodéo; nkrodèo; nkrodòu) trovarsi in difficoltà su di una parete rocciosa senza possibilità di salita e di ritorno. L an pasòu son restòu nkrodòu su par Čaréido e me la son vedùda pròpio bèla l'anno scorso sulla roccia sopra Čaréido mi sono trovato in difficoltà e ho avuto veramente paura.

 

nkrośà vb. trans. (nkróśo; nkrośèo; nkrośòu) incrociare, incontrare, tracciare una croce. Le piante di proprietà del Comune venivano infatti contrassegnare con una croce incisa sulla corteccia. No sta nkrośà i fìle non ingarbugliare i fili; nsiéra èi nkrośòu to pàre ieri sera ho incrociato tuo padre; al komùn a nkrośòu dùte le só piànte il comune ha segnato le piante su tutto il suo territorio, ha eseguito il piano economico o di cavallettamento (v. séño de čàśa).

 

nkučàse vb. rifl. (me nkùčo; nkučèo; nkučòu) tossire per essersi ingozzati. No sta rìde kuàn ke te màñe, se nò te te nkùče non ridere mentre stai mangiando, altrimenti il cibo ti va di traverso.

 

nkùdin sf. (inv.) incudine. Lo stesso termine indica sia quella del fabbro, che quella delle batadóire. Se te vos stòrže sto fèr, dòra nkùdin e martèl se vuoi piegare questo ferro, adopera l'incudine e il martello; tòle la nkùdin e bàte la fàu prendi l'incudine e fai il filo alla falce.

 

nkulà vb. trans. (nkùlo; nkulèo; nkulòu) tamponare, prendere per dietro, fig. imbrogliare, raggirare. No sta kréde de nkulàme non credere di potermi imbrogliare; èi frenòu de kólpo e Tòni me a nkulòu ho frenato di colpo e Antonio mi ha tamponato.

 

nkulàda sf. (pl. nkulàde) colpo a retro, fig. raggiro, imbroglio. Čapà na nkulàda subire un raggiro, venire imbrogliati.

 

nkuói avv. oggi. Termine probabilmente deriva dal latino “in hoc die”. Nkuói èi stòu polìto oggi sono stato bene; al di de nkuói oggigiorno; nkuói òto otto giorni fa, ma anche fra otto giorni, solo dal contesto si capisce se si tratta del primo o del secondo significato; nkuói kuìndeśe quindici giorni fa, fra quindici giorni; prov. nkuói a mi, domàn a ti oggi a me, domani a te, le difficoltà ci sono per tutti; son ruòu nkuói òto e partarèi nkuói kuìndeśe sono arrivato otto giorni fa e partirò fra quindici giorni (v. kuòi).

 

nmagadenà vb. trans. (nmagadenéo; nmagadenèo; nmagadenòu) immagazzinare, riporre in magazzino, mettere al coperto. Okóre nmagadenà le brée ñànte ke véñe l néve bisogna mettere al riparo le tavole prima che venga la neve.

 

nmağinàse vb. trans. e rifl. (me nmağinéo; nmağinèo; nmağinòu) immaginarsi, pensare, supporre, sospettare, fantasticare. Me nmağinèo de vìnže supponevo di poter vincere; no me sararàe mai nmağinàda ke l morìse non avrei mai pensato che sarebbe morto; me nmağinèo ke te avaràe fàto kosì sospettavo che avresti fatto così; tu te nmağinée kel ke no e véro tu fantastichi su ciò che non è vero; te puós nmağinàte! ma figurati tu!, nmağinàse se l vién figurati se viene (è poco probabile che venga); nmağinàse se l podarà fèi dùto figurati un po' se potrà fare tutto (è poco probabile che riesca a fare tutto).

 

nmağinažión sf. (inv.) immaginazione, fantasia. L e pién de nmağinažión è pieno di fantasia; loc. ñànke par nmağinažión neppure per sogno.

 

nmagonà, nmagonàse vb. trans. e rifl. (me nmagonéo; nmagonèo; nmagonòu) rimpinzare, ingozzare, fare indigestione, provare un dispiacere, essere tristi o preoccupati, fig. imbrogliare. No sta nmagonà ki tośàte de pestariéi non rimpinzare i bambini di farinata; me son nmagonàda de menèstra de òrğo mi sono rimpinzato di minestra d'orzo; kè krédesto, de nmagonàme! ma cosa credi?, di riuscire a imbrogliarmi?

 

nmatonì, nmatonìse vb. trans. e rifl. (me nmatonìso; nmatonìo; nmatonìu) stordire, intontire, stordirsi, rincretinirsi. Al me a nmatonìu ko le sò čàčere mi ha stordito con le sue chiacchiere; a fòrža de liéde, me èro nmatonìu a forza di leggere, ero del tutto intontito.

 

nmatonìu agg. (pl. nmatonìde, f. nmatonìda) intontito, stordito, frastornato, rimbecillito. L śbagadènte del pàre me avèa nmatonìu il ceffone del papà mi aveva frastornato; l e nmatonìda davòi kel tos è innamorata pazza di quel ragazzo; restà nmatonìu restare allibito o intontito.

 

nmedolà vb. (nmedoléo; nmedolèo; nmedolòu) crescere qualcuno. Per la precisione si intende dare molto cibo per rendere la crescita più forte. Te nmedolée polìto to fiól dai molto cibo a tuo figlio.

 

nmedolòu agg. (pl. nmedolàde, f. nmedolàda) di stazza robusta. Kél tós e nmedolòu polìto quel ragazzo è ben piazzato, è robusto.

 

nmučà vb. trans. (nmùčo; nmučà; nmučòu) ammucchiare, risparmiare avidamente. Nmùča le léñe ke e nte sofìta ammucchia la legna che è in soffitta; kel la nte la só vìta, no a fàto àutro ke nmučà ròba e skèi quello, in vita sua, non ha fatto altro che ammucchiare averi e denaro; nmùča le kàrte nte kel armèr ammucchia le carte in quell'armadio.

 

nmurà vb. trans. (nmuréo; nmurèo; nmuròu) murare. Nmurà le pòrte, le fenèstre chiudere con mattoni porte, finestre.

 

nnagà vb. trans. (nnagéo; nnagèo; nnagòu) allagare, bagnare la tela stesa al sole per renderla più bianca. Sta pióva a nnagòu la čàneva questa pioggia ha allagato la cantina; la màre a nnagòu i lenžuós la mamma ha bagnato le lenzuola stese per candeggiarle; nnagà le tàe do pa i lavinàs fin nte la Piàve far scivolare i tronchi lungo i canaloni fino al Piave; nnagà la čaužìna spegnere la calce viva nell'acqua.

 

nnamoràse vb. rifl. (me nnamoréo; nnamorèo; nnamoròu) innamorarsi, affezionarsi. Me èi nnamoròu déi tó fiór mi sono innamorato dei tuoi fiori.

 

nnamoròu agg. (pl. nnamoràde; f. nnamoràda) innamorato. To fiól e nnamoròu de una da Pròu tuo figlio è innamorato di una ragazza di Pròu.

 

nnonbràse vb. rifl. (me nnónbro; nnonbrèo; nnonbròu) adombrarsi, imbizzarrirsi, spaventarsi. Bàsta póčo par nnonbràlo basta poco per farlo adombrare, per spaventarlo; se le véde rós, le bèstie se nnónbra quando vedono qualcosa di color rosso, le mucche imbizzarriscono.

 

nnumidì vb. trans. (nnumidìso; nnumidìo; nnumidìu) inumidire. Ñànte de sopresà le čaméśe, okóre nnumidìle le camicie, prima di essere stirate, devono essere inumidite.

 

 avv. no. Parkè dìsto sènpre de nò? perché dici sempre di no?; kóme nò? perché no?, come mai?; loc. na si, ne nò appena un po', quasi; sta karpéta e na si ne nò pì kùrta de kel àutra questa sottana è un po' più corta dell'altra; nò pò ke no èi dìto késto non ho assolutamente detto questo; àsto biastemòu ànke tu? nò pò hai bestemmiato anche tu? no, assolutamente no.

 

 avv. non. Tu nó te pàrle mài tu non parli mai; ió nó vói nè késto nè kel io non voglio né questo né quello.

 

nòda sf. (pl. nòde) segno sull'orecchio del bestiame. Segno che veniva messo, in genere sull'orecchio delle pecore, per distinguerne la proprietà. I segni erano di tipi diversi, un buco di forma particolare nòda a bùs, un taglio di forma particolare nòda a tài, o l'asportazione di bordo dell'orecchio nòda a ğavión; ciascun capofamiglia usava un segno distintivo che lasciava in eredità come séño de čàśa (v. séño).

 

nodà vb. trans. (nodéo; nodèo; nodòu) fare la nòda. Ñànte de mandàle a Mónte, okóre nodà le féde prima di mandarle all'alpeggio bisogna fare la nòda alle pecore (v. ngropà).

 

nodàro  sm. (pl. nodàre) notaio. Al pàre a fàto testaménto davànte l nodàro il papà ha fatto testamento davanti al notaio.

 

Nodàro  sm. (nome) soprannome di famiglia.

 

nogèra sf. (pl. nogère) noce, sia l'albero (bot. Juglans regia) che il legno, ma non il frutto. Nte brólo èi dóe nogère nel frutteto ho due alberi di noce; al mè liéto e de nogèra il mio letto è fatto di legno di noce (v. kučèra).

 

nòlafesanta escl. assolutamente no, davvero no. Màre, puói dì vìa da Pìna ko le me pùpe? nòlafesanta parkè te as da idàme a fèi i sarvìsośe mamma, posso andare da Giuseppina con le mie bambole? assolutamente no, perché mi devi aiutare a fare i mestieri.

 

nòma, nòme avv. soltanto. E veñésto nòma to pàre è venuto solamente tuo padre; èi fàto nòma (nòme) dói déi de patàte ho raccolto soltanto due gerle di patate; loc. nòme n tin soltanto un po'; nòma na òta solamente una volta; bàsta nòma proà basta solo provare, e poi ti accorgerai se si tratta di una cosa facile, o difficile; nòma ka soltanto qui.

 

nòme, ñòme sm. (inv.) nome. Ke àsto nòme? come ti chiami?; èi nòme Tonìn mi chiamo Tonino; i me a betésto ñòme Tonìn mi hanno dato il nome di Tonino; va a nòme mè e te vedaràs ke dùto va polìto va a nome mio e vedrai che tutto andrà bene. In paese le persone venivano quasi sempre chiamate con il soprannome o con forme ipocoristiche che potevano essere anche alquanto originali.

 

nòna sf. (pl. nòne) nonna. Àsto vedù la nòna? hai visto la nonna?; loc. màl de la nòna sonnolenza, torpore, malattia del sonno.

 

nonànta agg. num. novanta. Il termine è caduto in disuso sostituito dal corrispondente novànta. Te èi dìto nonànta òte te l'ho detto un numero infinito di volte; vàdo pai nonànta sto per compiere novant'anni (v. novànta).

 

nónbrase vb. rifl. (me nónbro; nonbrèo; nonbròu) adombrarsi, imbizzarrirsi, spaventarsi. Al se nónbra par nùia si spaventa per nulla.

 

nonbròu agg. (pl. nonbràde, f. nonbràda) nervoso, sospettoso, agitato. Detto di un cavallo che comincia a scalciare o di un individuo che si comporta in modo scomposto. L čavàl se a spaśemòu e adès l e nonbròu il cavallo si è spaventato ed ora è sospettoso e nervoso.

 

nòno  sm. (pl. nòne) nonno. Vósto pì bén a to nòno o a to nòna? vuoi più bene a tuo nonno o a tua nonna?

 

nòno  sm. (pl. nòne) ciabatta, pantofola. Sono le pantofole di lana con la soletta di panno, che si portano quando si rimane in casa. Tìra su i nòne se te vos sta čàudo indossa le ciabatte se vuoi stare caldo (v. skalfarói, skalfaròto).

 

nónžol sm. (pl. nónžoi) nonzolo, sagrestano. L nónžol a n grùmo da fèi, parkè l sòna le čanpàne ñànte la mésa, l npìža e destùda òñi dì le kandéle, l tìra su le ofèrte e l paréča i vestìs al prèe il nonzolo è molto occupato, perché suona le campane prima della messa, accende e spegne le candele ogni giorno, raccoglie le offerte e prepara i paramenti al parroco (v. sagrestàn).

 

nòra sf. (pl. nòre) nuora. Èi dóe nòre e sié neóde ho due nuore e sei nipotini; prov. tra nòra e madòna la vìta no e mài bòna tra nuora e suocera i rapporti non sono mai facili.

 

Nòra sf. (nome) ipoc di Eleonora.

 

nòrbedo agg. (pl. nòrbede, f. nòrbeda) lussureggiante, rigoglioso. Vàrda ke nòrbeda sta salàta guarda come cresce rigogliosa questa insalata; tarén nòrbedo terreno fertile; vàrda ke nòrbedo ke te sés guarda come sei grassoccio.

 

nosakè pron. e agg. (inv.) qualcosa, non so che, alcuni, certi, alquanti. Èi da dàte n nosakè devo darti qualcosa, qualcosina che ti farà piacere. La quantità e provenienza non la si accennava mai, era una cosa misteriosa a compenso di un servizio; èi vedù n nosakè skudèle ho visto certe tazze veramente belle; se te stas bon, te dào n nosakè se stai buono, ti dó qualcosa che ti piacerà; èi tiròu n nosakè skèi e te èi konpròu n pèi de bràge nuóve ho ricevuto del denaro e ti ho comperato un paio di pantaloni nuovi.

 

nosakì, noseikì pron. qualcuno, non so chi. E mòrto nosakì è morto qualcuno, uno che non conosco; ma ki krédesto de èse, nosakì ma chi credi di essere, forse un qualche potentato.

 

nośèla sf. (pl. nośèle) nocciola (bot. Corylus avellana, il frutto). Di a nośèle andare a raccogliere nocciole; nośèle skofarèle nocciole già mature il cui mallo si stacca facilmente dal frutto; nośèle kol ku rós nocciole col guscio rosso, cioè già ben mature; i kastiéi de le nośèle i piccoli mazzi formati dalle nocciole quando sono sui rami (v. skofarèle).

 

nośidùra, nośedùra sf. (pl. nośidùre) malattia infettiva, infezione. Èi čapòu na nośidùra nte l déido ke no se guarìse pì ho preso un'infezione nel dito che fatica a guarire.

 

noskàda sf. (pl. noskàde) noce moscata. Spezia usata di frequente in cucina.

 

nośolèi, nośolèra sm. e sf. nocciolo (pl. nośolèi, nośolèrei) (bot. Corylus avellana). Arbusto che produce nocciole; i suoi rami sono molto resistenti e flessibili e si possono utilizzare per legare fasci, fascine o fastelli di legna con delle legature chiamate sàče. Tàia n ràmo de nośolèi e fèime na sàča taglia un ramo di nocciolo e fammi una ritorta .

 

Nostaśìa sf. (nome) soprannome di famiglia.

 

nostràn agg. (pl. nostràne, f. nostràna) nostrano, locale, del paese. Formài nostràn, patàte nostràne formaggio nostrano, patate nostrane, prodotti cioè in paese; se siénte ke te ses nostràn si riconosce dal modo di parlare che sei nato da queste parti.

 

nòstro agg. pron. (pl. nòstre, f. nòstra) nostro. Nòstro pàre, nòstra màre nostro padre, nostra madre; son sul nòstro siamo su un terreno di nostra proprietà; dùte avón le nòstre ciascuno ha la propria croce da sopportare, le proprie disgrazie; i nòstre i nostri familiari.

 

nòta sf. (pl. nòte) nota, lista, annotazione. Fèi la nòta fare la lista; teñì nòta tenere nota; bétese n nòta mettersi in lista, iscriversi.

 

notà , notàse vb. trans. e rifl. (me nòto; notèo; notòu) annotare, prendere nota, mettersi in lista. Me àsto notòu? mi hai messo in lista?; te sésto notòu? ti sei messo in lista? àsto notòu dùto kel ke me sèrve? hai preso nota di tutto quello che mi serve?

 

notà  vb. trans. (nòto; notèo; notòu) notare, accorgersi. Èi notòu ke ànke tu te biastemée mi sono accorto che anche tu bestemmi; nòta kóme se fa a rodolà fa attenzione, guarda bene come si fa a distribuire sul prato l'erba appena falciata.

 

Nòva, La sf. (top.) località a nord ovest del paese all'imbocco della Val Lonğiarìn.

 

novànta agg. num. novanta (v. nonànta).

 

novèl sm. (pl. noviéi) germoglio, crescita annuale. Èi semenòu dói noviéi de ruóśe ho piantato due germogli di rose; stan i làris a noviéi pìžoi quest'anno i larici sono cresciuti poco, in questo caso novèl si riferisce infatti al germoglio cresciuto sulla cima della conifera, a segnare la crescita progressiva della pianta nel corso dell'anno .

 

novelà vb. intr. (noveléo; novelèo; novelòu) germogliare, rampollare. Stan i ğerànie a novelòu póčo quest'anno i gerani hanno messo pochi germogli.

 

novelàme sm. (solo pl.) novellame, piante giovani. Tàia do i pežuós gròs se te vos ke l novelàme véñe su taglia gli abeti ormai maturi se vuoi che il novellame cresca bene; sto čàpo a póčo novelàme in questo gregge ci sono solo pochi capi giovani.

 

novènbre sm. (solo sing.) novembre. Novènbre e l més de i mòrte novembre è il mese in cui si commemorano i defunti.

 

nožàda sm. (pl. nožàde) festa di nozze, fig. grande mangiata, divertimento. Fèi na nožàda fare un pranzo molto ricco e divertente.

 

nòže sf. (solo plurale) nozze, matrimonio. Kuàn ke me marìdo, te nvidarèi a nòže quando mi sposerò, ti inviterò alle nozze; di a nòže partecipare alla cerimonia e al pranzo nuziale; fig. di a nòže andare come a nozze, cioè trovarsi molto bene, anche al lavoro; prov. da la nòža a la fòsa se koñóse l parentà i veri parenti sono quelli che sono invitati al matrimonio di una persona e quelli che partecipano al suo funerale: (nòža) solo nel contesto di questa frase; kridà da nòže grido prolungato di allegria; èse de nòže essere invitato a nozze.

 

nožènte agg. (inv.) innocente, puro, ingenuo. Puóro nožènte! povero ingenuo!, talvolta detto in senso ironico; l e nkóra nožènte è ancora puro, casto.

 

nožènža sf. (solo sing.) innocenza, ingenuità, castità. L e pién de nožènža è molto ingenuo; sànta nožènža! santa innocenza!, commento riferito al modo di parlare ingenuo che è tipico dei bambini.

 

npaià vb. trans. (npaéo; npaèo; npaiòu) impagliare. Fèi npaià le kariége far impagliare le sedie.

 

npakà vb. trans. (npàko; npakèo; npakòu) impaccare, mettere via, riporre. Npàka sta ròba e bétela via impacca questa roba e riponila.

 

npaketà vb. trans. (npaketéo; npaketèo; npaketòu) impacchettare, impilare, fare pacchetti, fig. ammanettare, portare in prigione. Èi npaketòu dùte i lìbre ho impilato tutti i libri; se i te čàpa i te npaketéa se ti prendono ti mettono in prigione, ti ammanettano.

 

npanà vb. trans. (npanéo; npàno; npanòu) impanare. Npàna ste bistèke e pò kuóśele impana le bistecche e poi friggile.

 

npañà vb. trans. (npañéo; npañèo; npañòu) impanare, infarinare, voce arcaica.

 

npanì, npanìse vb. trans. e rifl. (me npanìso; npanìo; npanìu) infeltrirsi. L àga màsa čàuda npanìse la ròba de làna l'acqua troppo calda infeltrisce gli indumenti di lana; te me as npanìu l maión pì bèl mi hai infeltrito il maglione più bello.

 

npantanàse vb. rifl. (me npantanéo; npantanèo; npantanòu) impantanarsi, infangarsi. Me son npantanòu dùto mi sono infangato tutto. Se ereóne npantanàde kol karéto e no veñeóne pì fòra ci eravamo incagliati nel fango col carretto e non ne uscivamo più.

 

nparà vb. trans. (npàro; nparèo; nparòu) imparare, apprendere. Nparà a fèi le operažión imparare le operazioni; nparà a liéde, a skrìve imparare a leggere, a scrivere; nparà n mestiér imparare un mestiere; nparà a ménte imparare a memoria; nparà a tàśe imparare a tacere; bèle ròbe te as nparòu detto in senso ironico: belle cose hai imparato; prov. no se npàra mài asèi non si impara mai abbastanza; prov. npàra l àrte e bétela da pàrte: tènpo veñarà ke la valarà impara un mestiere e mettilo da parte: nel tempo ti potrà sempre essere utile; prov. pa nparà no e mài tàrde per imparare non è mai tardi; prov. saràe mèo nparà a spéśe de kiàutre ke a spéśe sóe gli errori commessi dagli altri dovrebbero servire a evitare i propri.

 

nparentàse vb. rifl. (me nparentéo; nparentèo; nparentòu) imparentarsi. Te ses nparentòu ko la pì brùta ràža de sto móndo ti sei imparentato con una famiglia che non ha un buon nome.

 

npastà vb. trans. (npàsto, npastéo; npastèo; npastòu) impastare, fig. complicare, aggrovigliare. Npastà i ñòke impastare gli gnocchi; te ses npastòu nte le bauśìe sei rimasto ingarbugliato nelle tue stesse bugie; tu te npàste sènpre dùto tu complichi sempre ogni cosa.

 

npàsto sm. (pl. npàste) impasto. Sto npàsto no e veñù polìto questo impasto non è riuscito bene.

 

npastolà vb. trans. (npastoléo; npastolèo; npastolòu) mescolare diversi ingredienti fra loro. Menèstra npastolàda minestra ottenuta con l'aggiunta di diversi ingredienti; pestariéi npastolàde farinata a cui sono stati aggiunti fagioli lessi o altro.

 

npasudìse vb. rifl. (me npasudéo; npasudèo; npasudìu) mangiare a sazietà. Dapò na mañàda de polènta e tòčo, me siénto npasudìu dopo una scorpacciata di polenta e spezzatino mi sento veramente sazio.

 

npatà vb. trans. (npatéo; npatèo; npatòu) pareggiare, conguagliare. Npatà i fìle pareggiare i fili. Vàrda de npatà i dèbite kon to fardèl vedi di pareggiare, di estinguere i debiti che hai contratto con tuo fratello.

 

npatakà vb. trans. (npatakéo; npatakèo; npatakòu) insudiciare. Kuàn ke te màñe, te te npatakée la ğakéta quando mangi ti insudici la giacca.

 

npatinà vb. trans. (npatinéo; npatinèo; npatinòu) dare il lucido alle scarpe, fig. impomatare. Èi nparòu a npatinàme le skàrpe dùte i dis ho imparato a lucidarmi le scarpe tutti i giorni; npatinàse i čavéi ungersi i capelli e poi pettinarli.

 

npatužà vb. trans. (npatužéo; npatužèo; npatužòu) fare le cose di fretta e senza cura. Tu te npatužée su dùto tu fai tutto in fretta e senza cura.

 

npaurì, npaurìse vb. trans. e rifl. (me npaurìso; npaurìo; npaurìu) impaurire, terrorizzare, impaurirsi, spaventarsi. No sta npaurìlo par nùia non spaventarlo per niente; no staśé npaurìve non abbiate paura.

 

npažàse vb. rifl. (me npàžo; npažèo; npažòu) impicciarsi, intromettersi. Ió no me son mài npažòu nte le tó ròbe io non mi sono mai impicciato delle tue cose; fig. npažà na tóśa mettere nei pasticci una ragazza, cioè metterla incinta (v. ntrigàse).

 

npedimentìu agg. (pl. npedimentìde, f. npedimentìda) minorato, handicappato, idiota. Te ses npedimentìu sei un povero idiota.

 

npedoğà vb. trans. e rifl. (me npedoğéo; npedoğèo; npedoğòu) trasmettere pidocchi. No sta npedoğàme non trasmettermi i pidocchi.

 

npegolàse vb. rifl. (me npegoléo; npegolèo; npegolòu) impegolarsi, incatramarsi, sporcarsi di pegola, di catrame o di unto, fig. mettersi in un impiccio. Me èi npegolòu su dùte le màn mi sono sporcato tutte le mani; sta òta me son npegolòu ànke o questa volta mi sono lasciato trascinare nei pasticci.

 

npenà vb. (npenéo; npenèo; npenòu) incastrare una trave in un'altra con diverse soluzioni ad incastro. Le érte de i tabiàs vién sènpre npenàde nte l soiàl gli stipiti dei fienili vengono sempre incastrati nella soglia.

 

npeñà vb. trans. (npéño; npeñèo; npeñòu) attaccare, appendere, dare in pegno. Npeñà i čavài attaccare i cavalli al carro; npeñà l kuàdro sul mùro appendere il quadro al muro; npeñà l fìlo attaccare il filo; npeñà la véra dare in pegno l'anello nuziale.

 

npeñàse vb. rifl. (me npéño; npeñèo; npeñòu) impegnarsi. Npéñete n tin de pì e dùto dirarà mèo impegnati un po' di più e tutto andrà meglio; io no puói npeñàme nte sto afàr io non posso impegnarmi in questo affare.

 

npeñì, npenì vb. trans. (npenìso; npeñìo; npeñìu) riempire. Npenìse sto fiàsko riempi questo fiasco (v. ğenpì).

 

npeñòu agg. (pl. npeñàde, f. npeñàda) occupato, attaccato, appeso. Sti botói e péna npeñàde questi bottoni sono fissati male; l e péna npeñòu è molto ammalato, vivrà poco; le lugànege le e npeñàde su sóte le salcicce sono appese al soffitto; son npeñòu dùto l di sono occupato per tutto il giorno. Èse npeñòu kóme le čàve de sofìta essere sempre affaccendato.

 

nperìu agg. (pl. nperìde, f. nperìda) duro, congelato. L'aggettivo va riferito anche a una persona indurita dal freddo. Ğažòu nperìu gelato, impietrito dal freddo; to màre e tornàda da mésa ğažàda nperìda tua madre è tornata dalla messa completamente gelata; pa sta a spietàte èi le màn nperìde per rimanerti ad aspettare mi si sono gelate le mani (v. ğažòu).

 

nperlòu agg. (pl. nperlàde, f. nperlàda) grondante. I èra dùte nperlàde de sudór erano tutti grondanti di sudore (v. npregotòu).

 

npermalìse vb. rifl. (me npermalìso; npermalìo; npermalìu) essere permalosi, crucciarsi. Bàsta póčo par npermalìlo basta poco perché si impermalosisca.

 

npestà vb. trans. (npésto; npestèo; npestòu) infettare, appestare, impuzzolentire, infestare. Èi mañòu ài, e npésto dùta la čàśa ho mangiato aglio e infetto tutta la casa; sta kàrne dùda de màl, ne npésta dùte questa carne andata a male, può infettarci tutti.

 

npestòu agg. (pl. npestàde, f. npestàda) impestato, malato contagioso, puzzolente, infestato. L e mòrta kón dùte le masarìe npestàde è morta con gli indumenti e la biancheria di casa infetti; sto čànpo e dùto npestòu de èrbe questo campo è tutto infestato di erbacce.

 

npetolà vb. trans. (npetoléo; npetolèo; npetolòu) appiccicare, invischiare. Me èi npetolòu dùte le màn mi sono sporcato le mani con qualcosa di vischioso; l žavàtol èra dùto npetolòu de vìsčo il fringuello aveva tutte le piume impregnate di vischio.

 

npetolà, npetòlàse vb. trans. e rifl. (me npetoléo; npetolèo; npetolòu) aggrovigliare. Detto di matassa o gomitolo; no sta npetolà l ğèmo! non aggrovigliare il gomitolo; me són dùto npetolòu de kolór mi sono sporcato tutto di colore; l àža de làna l e dùta npetolàda la matassa della lana si è tutta aggrovigliata; peténete pì de spés se no te vos ke i čavéi se npetolée su dùte! pettinati più spesso se non vuoi che i capelli si aggroviglino tutti.

 

npì avv. in più, inoltre. Al me a dòu npì dói póme mi ha dato in più due mele; e npì te digarèi ke te ses stòu n sfažòu e inoltre ti dirò che sei stato anche uno sfacciato.

 

npiantà vb. trans. (npiànto; npiantèo; npiantòu) trapiantare, seminare, fondare, abbandonare. Npiantà radìčo e salàta trapiantare radicchio e insalata; npiantà na fàbrika avviare una fabbrica; al me a npiantòu mi ha lasciato, abbandonato; ki dói se a npiantòu quei due si sono lasciati, hanno rotto il fidanzamento (v. piantà).

 

npietà vb. trans. e intr. (npiéto; npietèo; npietòu) fare le pieghe e risvolti. Npietà la karpéta fare le pieghe, i risvolti alla sottana.

 

npikà, npikàse vb. trans. e rifl. (me npìko; npikèo; npikòu) appendere, impiccare, impiccarsi. Npìka sto čapèl a kel čòdo! appendi questo cappello a quel chiodo!; npìka su sóte sti salàme appendi al soffitto questi salami; so pàre se a npikòu pa la desperažión suo padre si è impiccato per disperazione (v. pikà, pikàse).

 

npionbà vb. trans. (npionbéo; npionbèo; npionbòù) mettere il piombo, sigillare. Me èi fàto npionbà n dènte mi sono fatto otturare un dente cariato; i soldàde a npionbòu le pòrte de i fòrte i soldati hanno sigillato le porte ai forti militari.

 

npirà vb. trans. (npìro; npirèo; npiròu) infilare, appuntare, infilzare. Sta tènti kon kéla fórča se nò te me npìre stai attento con la forca altrimenti mi infilzi; npirà i korài infilare le perline per fare una collana; npirà la buśèla appuntare l'ago sul puntaspilli.

 

npirà, npiràse vb. trans. e rifl. (me npìro; npirèo; npiròu) infilare, inforcare, appuntare, infilzare, infilzarsi, ferirsi. Npirà i korài infilare le perline; npirà la guśèla appuntare l'ago; npirà la lugànega infilzare la salciccia.

 

npiràda sf. (pl. npiràde) colpo di forchetta o di oggetto appuntito. Čapà na npiràda prendere una forchettata, fig. essere imbrogliati.

 

npìria sf. (pl. npìrie) imbuto, fig. ingordigia, insaziabilità. Travaśà l vin ko la npìria travasare il vino servendosi dell'imbuto; al béve kóme na npìria beve come un imbuto, beve cioè senza misura (v. pìria).

 

npiturà vb. trans. (npituréo; npiturèo; npituròu) dipingere, verniciare, fig. schiacciare. Tàśe, se nò te npituréo su pal mùro taci altrimenti ti spiaccico contro il muro; npiturà la kardènža dare la vernice alla credenza.

 

npižà, npižàse vb. trans. e rifl. (npìžo; npižèo; npižòu) accendere, dare fuoco, infiammarsi, arrabbiarsi. Npižà fuóu, l kài accendere il fuoco, accendere la pipa; fig. te te npìže kóme n furminànto cioè ti arrabbi per niente; prov. se no se npìža no àrde se non si accende, non arde, cioè tutte le cose hanno una loro ragione d'essere; te te npìže pròpio par na čìka! ti arrabbi proprio per un nonnulla; loc. va là fiól, ke te puós npižà na kandéla a la Madòna va là, figliolo, puoi accendere una candela alla Madonna, cioè devi ringraziare il cielo se le cose sono andate bene.

 

npó avv. e prep. dietro, di nascosto, al riparo. Sta npó de kalkedùn, de àlgo stare nascosto dietro qualcuno o dietro qualcosa; sta npó stare al riparo; npó n pežuó dietro un abete, al riparo di un abete; parlà npó sparlare di qualcuno, malignare; sta npó n déido nascondersi dietro un dito (v. ).

 

npò escl. per fortuna, meno male. Npò ke te ses ruòu per fortuna sei arrivato; npò ke a vanžòu n tin de formài meno male che è rimasto un po' di formaggio; npò ke te piànde non è una novità sentirti piangere (v. ).

 

npontiliàse vb. rifl. (me npontiliéo; npontilièo; npontiliòu) ostinarsi, intestardirsi, impuntarsi. Dapò de kel òta ke i to fiói i a fàto malegràžie l se a npontiliòu e no l vién pì a čàśa tóa da quando i tuoi figli gli hanno fatto dispetti, si è impuntato e non viene più in casa tua.

 

npornà vb. trans. (npornéo; npornèo; npornòu) sistemare bene, far combaciare due cose, appuntare, puntellare, sistemare. Npórna kéle tàe puntella quei tronchi.

 

nposìbile agg. (inv.) impossibile. E nposìbile è impossibile, non può essere.

 

npostà vb. trans. (npòsto; npostèo; npostòu) impostare una lettera, incominciare, organizzare un lavoro. Va a npostà sta létra va a imbucare, a impostare questa lettera; èi bèlo npostòu l laóro de domàn ho già impostato il lavoro di domani.

 

npostàse vb. rifl. (me npòsto; npostèo; npostòu) impostarsi, sistemarsi. Me fiól se a npostòu polìto mio figlio è ben avviato; okóre spietà ke i seraménte se npòste bisogna attendere che gli infissi si assestino nella giusta posizione.

 

npotekà vb. trans. (npotekéo; npotekèo; npotekòu) ipotecare. Nisùn puó npotekà kel ke vién daspò nessuno può ipotecare il futuro.

 

npregotòu agg. (pl. npregotàde, f. npregotàda) bagnato, fradicio. Le ruòu a čàśa dùto npregotòu è arrivato a casa bagnato fradicio; npregotòu de sudór fradicio di sudore (v. nperlòu).

 

 

nprekažión sf. (inv.) imprecazione, maledizione. I èi tiròu davòi dùte le nprekažión gli ho detto tutte le maledizioni possibili; se no l biasteméa l dis nprekažión quando non bestemmia, impreca.

 

nprensìvo agg. (pl. nprensìve, f. nprensìva) apprensivo, facilmente impressionabile, emotivo, suscettibile. Io son sènpre stòu nprensìvo io sono sempre stato facilmente impressionabile.

 

nprestà vb. trans. (nprésto; nprestèo; nprestòu) prestare. Nprésteme n tin de farìna prestami un po' di farina; marènda nprestàda, marènda rendùda chi riceve qualcosa si deve impegnare a ricambiare in qualche modo il favore; prov. ki ke nprésta pèrde la žésta chi presta troppo, perde ogni cosa, perfino l'amicizia; prov. a nprestà se pèrde l amìgo e i skèi dare in prestito qualcosa significa perdere sia l'amico che il denaro; prov. fémene e čavài no se nprésta mài ci sono cose personali che non si possono mai prestare a nessuno; prov. al sčòpo, la pìpa, l onbrèla e la fémena no se nprésta a nisùn il fucile, la pipa, l'ombrello e la moglie non si prestano mai a nessuno.

 

nprimà vb. trans. (nprìmo; nprimèo; nprimòu) adoperare, indossare per la prima volta. Nprimà n vestì, na karpéta indossare per la prima volta un vestito, una sottana; nprimà la fàu, l restèl adoperare per la prima volta la falce, il rastrello.

 

nprométe, nprométese vb. trans. (nprométo; nprometèo; nprometù) promettere, promettersi, fidanzarsi. Nprométe e no manteñì promettere e non mantenere; nprométeme ke te fararàs l bón promettimi che ti comporterai bene; prov. a nprométe no duó la skéna difficile è mantenere una promessa fatta; prov. vèndre kel ke nprométe ntènde antica credenza secondo cui le condizioni meteorologiche del venerdì si mantengono per tutta la giornata, analogamente per gli affari, e poiché venerdì è giorno infausto non c'è da meravigliarsi che gli affari di venerdì non siano buoni; prov. àutro e nprométe, àutro manteñì è facile promettere, difficile è riuscire a mantenere le promesse fatte; ki ke nprométe a da manteñì chi promette deve mantenere la promessa; èi sentìu ke to fìa se a bèlo nprometù ho sentito che tua figlia si è già fidanzata.

 

nprontàse vb. rifl. (me nprònto; nprontèo; nprontòu) puntare i piedi per spingere qualcosa. Npròntete polìto, spréme dùro e te vedaràs ke l čàr se muóve punta bene i piedi, spingi forte e vedrai che il carro si muoverà; nprontàse a fèi àlgo de bón ingegnarsi, impiegare tutte le proprie forze per fare qualcosa di buono.

 

npropèria sf. (pl. npropèrie) offesa, insulto. Čamà n grùmo de npropèrie dire un sacco di improperi, offendere in modo esagerato; l me a čamòu na npropèria davòi l àutra mi ha insultato ininterrottamente.

 

npuóče, npóče pron. (inv.) alcuni, alquanti. Npuóče o npóče de luóre alcuni di essi (v. póčo).

 

npustór agg. (pl. npustór, f. npustóra, pl. npustóre) bugiardo, impostore. Te ses sènpre pì npustór diventi sempre più bugiardo.

 

npustorarìa sf. (pl. npustorarìe) bugia. Te ses pién de npustorarìe sei un gran bugiardo.

 

nrabià, nrabiàse vb. trans. e rifl. (me nràbio; nrabièo; nrabiòu) arrabbiare, far adirare, arrabbiarsi, adirarsi. Parkè me fàsto sènpre nrabià perché mi fai sempre arrabbiare; te te nràbie par nùia ti arrabbi per niente.

 

nrabiàda sf. (pl. nrabiàde) arrabbiatura. Èi čapòu na nrabiàda ke no te dìgo ho preso una arrabbiatura che non ti dico, cioè mi sono arrabbiato molto.

 

nrudinìse vb. rifl. (me nrudinìso; nrudinìo; nrudinìu) arrugginirsi. I pòlis se a nrudinìu: óndeli n tin i cardini si sono arrugginiti: ungili un po'.

 

nsakà vb. trans. (nsàko; nsakèo; nsakòu) preparare insaccati. Il verbo indica l'insieme di lavori per la preparazione di insaccati quali salcicce o salami (v. fèi su).

 

nsakàda sf. (pl. nsakàde) insaccata. Čapà na nsakàda prendersi un'insaccata. Èi fàto n sàuto màsa gran e èi čapòu na nsakàda ke me a ridóto mal ho fatto un salto troppo grande e mi sono procurato un'insaccata.

 

nsangonà vb. trans. (nsangonéo; nsangonèo; nsangonòu) insanguinare, sporcare di sangue. Al tài me a nsangonòu dùta la čaméśa la ferita mi ha sporcato di sangue tutta la camicia (v. sangonà).

 

nsània sf. (pl. nsànie) brama, desiderio irrefrenabile. Èi na nsània de véde me fiól, ke no te dìgo ho un grande desiderio di vedere mio figlio che non ti dico; èi nsània de polènta e formài desidero molto mangiare polenta e formaggio.

 

nsaniàse vb. rifl. (nsànio; nsanièo; nsaniòu) desiderare fortemente di mangiare, ingolosirsi, lusingarsi. Dapò avé desmetù de pipà, me nsànio žènto òte al di de na čìka da quando ho smesso di fumare desidero una sigaretta almeno cento volte al giorno.

 

nsaonà vb. trans. (nsaonéo; nsaonèo; nsaonòu) insaponare. Nsaonéa l koléto de la čaméśa e daspò te la béte n biàndo insapona il colletto della camicia e dopo lasciala in ammollo.

 

nsaorì vb. trans. (nsaorìso; nsaorìo; nsaorìu) insaporire, salare. Nsaorì la menèstra insaporire, salare la minestra (v. saorìu).

 

nsaržà, nsaržàse vb. trans. e rifl. (me nsàržo; nsaržèo; nsaržòu) preparare, approntare, allestire, far preparativi. Nsaržà la menèstra preparare la minestra; nsaržà l laóro allestire, approntare il lavoro; nsàržete a partì organizzati per partire.

 

nsàržo sm. (pl. nsàrže) preparativo, impianto. Al nsàržo e parečòu, adès okóre skominžià i preparativi sono ultimati, ora bisogna incominciare; loc. ke ràža de nsàržo àsto konbinòu? che razza di pasticci hai combinato?; la vàča a n bèl nsàržo una mucca che, prima di partorire, mostra una bella sacca mammaria, promette molto latte.

 

nsemenì vb. trans. (nsemenìso; nsemenìo; nsemenìu) rincretinire, istupidire, intontire. Kuàn ke la pàrla, la me nsemenìse quando parla, mi rincretinisce; a fòrža de liéde, l se a nsemenìu a forza di leggere si è intontito (v. nsenpià).

 

nsemenìu agg. (pl. nsemenìde, f. nsemenìda) tonto, rimbecillito, rincretinito. Te ses pròpio nsemenìu sei davvero un imbecille; kè krédesto, ke see nsemenìda ma che cosa credi, che sia davvero così stupida.

 

nseñà vb. trans. (nséño; nseñèo; nseñòu) insegnare. Nseñà a liéde, a skrìve, a di le oražión, la bòna kreànža, a kaminà insegnare a leggere, a scrivere, a recitare le preghiere, la buona educazione, a camminare; nseñà l vìve del móndo insegnare come comportarsi, insegnare la buona educazione.

 

nsénbro avv. insieme, concordemente, armoniosamente, equilibrato. Sta nsénbro stare insieme, vivere d'accordo; béte nsénbro la ròba mettere insieme, ordinare bene la roba; sonà nsénbro suonare con armonia, detto delle campane; bétese nsénbro mettersi a posto, rimettersi da una malattia o da qualche traversia; fig. kuàn ke l parlèa, no l èra nsénbro parlava, ma non era consapevole di quello che stava dicendo; te somée n tos nsénbro sembri un ragazzo equilibrato.

 

nsenpià vb. trans. (nsénpio; nsenpièo; nsenpiòu) intontire, instupidire. La fadìa lo a nsenpiòu la fatica lo ha intontito (v. nsemenì, sènpio).

 

nsensòu agg. (pl. nsensàde, f. nsensàda) insensato, ebete. Al nòno adès l e vèčo e l e nsensòu mio nonno è vecchio ed è diventato ebete.

 

nsiéme avv. e prep. insieme, con. Vìve nsiéme vivere insieme; nsiéme kon ... insieme a...; stà nsiéme stare assieme, essere fidanzati.

 

nsiéra avv. ieri sera. Nsiéra e veñù l pàre ieri sera è venuto mio padre; nsiéra èi mañòu menèstra de faśuói ieri sera ho mangiato minestra di fagioli (v. siéra).

 

nsoadà vb. trans. (nsoadéo; nsoadèo; nsoadòu) mettere in cornice, incorniciare. Nsoadéa l litràto del nòno incornicia il ritratto del nonno; fig. vìve nsoadòu vivere nelle comodità; to màre te a manteñù kóme nsoadòu tua madre ti ha cresciuto nell'agio e nelle comodità.

 

nsolènte agg. (inv.) insolente, impertinente, offensivo. Te ses sènpre l sòlito nsolènte sei sempre il solito impertinente.

 

nsolènža sf. (pl. nsolènže) insolenza, marachella, offesa. Al me a ğenpù de nsolènže mi ha riempito di insolenze, mi ha offeso profondamente.

 

nsóma avv. insomma. Nsóma, véñesto o nò? insomma, vieni o no?

 

nsònia sf. (solo sing.) insonnia, sonnolenza. La nsònia e na malatìa déi vèče l'insonnia è una malattia tipica dei vecchi.

 

nsoniàse, nsuniàse vb. rifl. (me nsònio; nsonièo; nsoniòu) sognare, fig. vaneggiare, delirare, fissarsi su qualcosa. Ió me nsònio skuàśi dùte le nuóte io sogno quasi tutte le notti; kuàn ke me nsònio de la màre, me kàpita sènpre àlgo de stòrto quando sogno la mamma, poi mi succede sempre qualcosa di brutto; ma te nsòniesto! ma che dici, vaneggi, deliri; no sta ñànke nsoniàte de kaminà non metterti in testa, non pensare di andartene; kè se avaràle nsoniòu ke le la de viestìse kosì chissà cosa è venuto in mente a quelle ragazze di vestirsi così.

 

nsonìu agg. (pl. nsonìde, f. nsonìda) insonnolito, intontito, imbecille, deficiente. Son nkóra dùto nsonìu sono ancora tutto insonnolito, intontito; ma sésto nsonìu? ma sei davvero così imbecille?

 

nsordì vb. trans. (nsordìso; nsordìo; nsordìu) assordare, stordire. No sta kridà kosì, se nò te me nsordìse! non alzare la voce, altrimenti mi stordisci, mi fai diventare sordo.

 

nsoreà, nsoreàse vb. trans. e rifl. (me nsoreéo; nsoreèo; nsoreòu) turbare, provocare malessere, stomacarsi, nausearsi. La menèstra de faśuói me a nsoreòu la minestra di fagioli mi ha nauseato; no stà nsoreà l vespèi non provocare discussioni, non sollevare baruffe.

 

nsoreòu agg. (pl. nsoreàde, f. nsoreàda) turbato, con lo stomaco sconvolto. Son dùto nsoreòu ho tutto lo stomaco scombussolato; l pùpo no a dormìu parkè l èra nsoreòu il bimbo non ha dormito perché aveva un po' di male allo stomaco.

 

nsóte avv. sotto. Fèite nsóte! fatti sotto!, avvicinati! (v. sóte).

 

ntabaràse vb. rifl. (me ntabaréo; ntabarèo; ntabaròu) intabarrarsi, coprirsi molto contro il freddo (v. nbakukàse).

 

ntaià vb. trans. (ntàio; ntaèo; ntaiòu) intagliare, fig. capire al volo. Èi ntaiòu na bakéta de nośolèi e me èi fàto na bèla bagolìna ho intagliato un ramo di nocciolo e ne ho ricavato un bel bastone da passeggio; me l èi ntaiàda ke no i me volèa ho capito al volo che non ero desiderato.

 

ntanàse vb. rifl. (me ntàno; ntanèo; ntanòu) rintanarsi, fuggire nella tana. D autóno dùte le ğìre se ntàna in autunno i ghiri si rintanano, cadono in letargo; daspò žéna me ntàno sènpre dopo cena, non esco più di casa.

 

ntànto avv. intanto, frattanto, durante, mentre. Ntànto ke mentre; ntànto ke te pàrle, laóra mentre parli, lavora; ntànto me tóča partì purtroppo, mi tocca partire; ntànto ke te pàuse, va a laurà mentre riposi, va a lavorare, detto in tono ironico; ntànto ke te pàuse, va a spànde kogolùže finché riposi, va a stendere il fieno dei covoni, invito ironico a fare un lavoro necessario e urgente che non permette sosta; ntànto mésa durante la messa.

 

ntardivà, ntardivàse vb. intr. e rifl. (me ntardivéo; ntardivèo; ntardivòu) tardare, ritardare. No sta ntardivà! non tardare!; se ntardivéo, no staśé sta n pensiér se tardo, non preoccupatevi; nkuói me ntardivéo n tin oggi ritardo un pochino; fèi tàrde far tardi (v. tàrde).

 

ntarès sm. (inv.) impegno, interesse, cura. Ka se laóra žènža nisùn ntarès qui si lavora senza guadagnare; àbie pì ntarès pa le to ròbe abbi più cura delle tue cose; te fàs dùto žènža ntarès fai tutto senza interesse, in modo distratto; kel la abàda sólo al sò ntarès quello bada solo al suo interesse, cioè cerca solo il profitto per sè; prov. ki ke no sa fèi l só ntarès, no sa fèi ñànke kel de kiàutre chi non sa badare ai propri interessi, non è neppure in grado di fare quelli degli altri.

 

ntaresà, ntaresàse vb. intr. e rifl. (me ntarèso, ntareséo; ntaresèo; ntaresòu) interessare, riguardare, interessarsi, preoccuparsi. Késto no me a mai ntaresòu questa cosa non mi ha mai interessato; késte e ròbe ke no te ntarèsa queste sono cose che non ti riguardano; no sta ntaresàte dei afàre de kiàutre non interessarti, non preoccuparti dei problemi altrui.

 

ntaresòu agg. (pl. ntaresàde, f. ntaresàda) interessato, avaro, egoista, calcolatore. Parkè sésto sènpre kosì ntaresòu? perché sei sempre così egoista, così calcolatore, così venale?; ànke o sararàe ntaresòu a konprà kel čànpo anch'io sarei disposto all'acquisto di quel campo; l e tànto ntaresòu ke pa sparañà no l mañaràe ñànke è talmente avaro che, pur di risparmiare, farebbe anche a meno di mangiare.

 

ntasà vb. trans. (ntàso; ntasèo; ntasòu) accatastare. Kuàn ke se ntàsa, sóte se béte i śbrége e sóra le fasìne quando si accatasta la legna, sotto si mettono i śbrége e sopra le fascine (v. ntasonà).

 

ntasonà vb. trans. (ntasonéo; ntasonèo; ntasonòu) accatastare, fare una catasta; fig. ammucchiare, stipare. Nkuói èi ntasonòu tre pàs de léñe de fagèra oggi ho fatto una catasta pari a tre pàs di legna di faggio; a fòrža de ntasonà ka no e pì pósto a forza di ammucchiare qui non è rimasto più posto.

 

nte avv. prep. dentro, in. Vàdo nte čàśa vado in casa; nte armèr e ànke l formài nella credenza c'è anche il formaggio; te te ses betù nte n bèl pastìs ti sei cacciato in un bel pasticcio (v. ìnte).

 

nténde  vb. trans. (nténdo; ntendèo; ntendésto) tingere, colorire. Nténde la karpéta tingere la sottana (v. ténde).

 

ntènde , ntendèse vb. trans. e rifl. (me ntèndo; ntendèo; ntendésto, ntendù) intendere, capire, supporre, credere, intendersi, essere competente, capirsi. Àsto ntendésto polìto? hai capito bene?; ma kè ntèndesto ma cosa intendi dire?; to fiól no ntènde reśón tuo figlio non capisce ragione, non si vuol lasciar convincere; i èi dòu da ntènde ke èro to fardèl gli ho fatto credere (il che non era vero) che ero tuo fratello; ma ke te ntèndesto de fèi? ma che cosa credi di fare?; loc. da da ntènde ke l Siñór e mòrto da l frédo far credere che Gesù Cristo è morto di freddo, far credere all'inverosimile; ió me ntèndo de ste ròbe io sono competente su queste cose; vardé de ntèndeve! cercate di capirvi, di mettervi d'accordo!; se parlé kosì no ve ntendaré mài pi se parlate in questo modo, se cioè bisticciate, non potrete mai mettervi d'accordo; ntèndesela intendersela, andare perfettamente d'accordo; detto in senso cattivo, tresca amorosa; ió me la ntèndo kon to fardèl io vado d'accordo con tuo fratello; loc. no sta lasàte ntènde ñànke da l ària taci con tutti, non dir niente a nessuno; loc. da da ntènde pàn par péta far credere pane per focaccia, cercare di imbrogliare il prossimo; prov. vèndre kel ke l nprométe ntènde venerdì, quello che promette, mantiene, cioè il venerdì, giorno proverbialmente infausto, fa capire fin dal mattino quello che avverrà durante tutta la giornata.

 

ntenžión sf. (inv.) intenzione, proposito. Èi ntenžión de di a mésa ho intenzione di andare a messa; tu te ses sènpre pién de bòne ntenžión tu hai sempre buoni propositi.

 

ntenžionòu agg. (pl. ntenžionàde, f. ntenžionàda) intenzionato. To fiól e ntenžionòu a fèi polìto tuo figlio ha intenzione di comportarsi bene; ió son ntenžionòu de partì domàn ho deciso di partire domani.

 

ntepedì, ntiepedì vb. trans. (ntepedìso, ntiepedìso; ntepedìo, ntiepedìo; ntepedìu, ntiepedìu) intiepidire. Fèime ntiepedì n tin de àga pa lavàme i pès lasciami intiepidire un po' d'acqua per lavarmi i piedi (v. ntiepedìu).

 

nterferì vb. intr. (nterferìso; nterferìo; nterferìu) interferire, intromettersi. No sta nterferì nte le me ròbe non interferire, non mettere il naso nelle mie faccende.

 

ntestardìse vb. rifl. (ntestardìso; ntestardìo; ntestardìu) ostinarsi, intestardirsi. Parkè te ntestardìsesto tànto? perché ti ostini tanto?

 

ntiepedìu agg. (pl. ntiepedìde, f. ntiepedìda) tiepido, intiepidito. Te savése ke polìto ke fa i vuóve se bevùde apéna ntiepedìde sai quanto bene fa bere le uova appena intiepidite; l àga e bèlo ntiepedìda l'acqua è ormai tiepida.

 

ntiéro agg. (pl. ntiére, f. ntiéra) intero, incolume, illeso. Me èi mañòu na polènta ntiéra mi sono mangiato una polenta intera; kóme àsto fàto a restà ntiéro daspò kel sàuto? come hai fatto a rimanere illeso dopo quel salto incredibile?

 

ntimèla sf. (pl. ntimèle) federa. Le ntimèle e spórke: okóre lavàle le federe sono sporche, c'è bisogno di lavarle.

 

ntìn, n tìn avv. un po'. Dàme n tìn de pàn dammi un po' di pane, dammi del pane; l'avverbio viene usato anche come altri partitivi: n gèro, na gèra, n fiòu, n ğóž, na ğóža, dói, dóe (v. tìn).

 

ntininìn avv. un pochino. È diminutivo di n tìn. Me bastaràe ntininìn de sàlute mi basterebbe avere almeno un po' di salute.

 

ntivà vb. intr. (ntivéo; ntivèo; ntivòu) avere in sorte, azzeccare, indovinare. Èi ntivòu pròpio na bèla dornàda ho azzeccato davvero una bella giornata; èi ntivòu l nùmero ğùsto de skàrpe ho trovato il numero giusto di scarpe; loc. ntivà n ... imbattersi in...

 

ntižà vb. trans. (ntìžo; ntižèo; ntižòu) attizzare il fuoco, aizzare. Muovere e accomodare la legna o i carboni perché brucino meglio. Ntižà su l fuóu attizzare, ravvivare il fuoco; No stà ntižà barùfe non aizzare liti.

 

ntòko avv. molto. Màña ntòko se te vos krése mangia molto se vuoi crescere; sono molto usate le forme alterate: ntokéto, ntoketùto abbastanza, ma non molto (v. tòko).

 

ntorkolà vb. trans. (ntorkoléo; ntorkolèo; ntorkolòu) attorcigliare. Ntorkoléa kéla kordèla attorciglia quella fettuccia; loc. èi le budèle ntorkolàde ho mal di pancia; te ntorkoléo le budèle ntórno l kòl! ti attorciglio le budella attorno al collo, cioè ti strozzo con le tue budella.

 

ntórno avv. prep. intorno, attorno. Semenà faśuói ntórno l čànpo seminare fagioli attorno al campo; dì ntórno a n laóro iniziare un lavoro senza portarlo a termine; no sta di sènpre ntórno l pàn non mangiare sempre pane fuori pasto; bétese àlgo ntórno mettersi qualcosa addosso, vestirsi un po' più pesantemente; tòlese àlgo ntórno acquistare del vestiario; lèvete de ntórno levati d'attorno, vattene; di ntórno tavèla andare in processione durante le Rogazioni; con il graduale venir meno della tradizione, oggi la frase può voler dire: andare qua e là senza concludere niente di buono, girare a vuoto. L'avverbio viene usato in modo particolare nelle forme riflessive, per cui si lega direttamente al pronome: ntórneme attorno a me, ntórnete attorno a te, ntórnese attorno a lui, ntórnene attorno a noi, ntórneve attorno a voi, ntórnese attorno a loro; béte ntórnete la siàrpa mettiti attorno la sciarpa, copriti con la sciarpa (v. dintórno).

 

ntoseà, ntoseàse vb. trans. e rifl. (me ntoséeo; ntoseèo; ntoseòu) avvelenare, intossicare, far arrabbiare. La menèstra de nsiéra me a ntoseòu la minestra di ieri sera mi ha fatto male; a véde kéle ròbe me son ntoseàda vedendo quelle cose mi sono arrabbiata, ho perso la pazienza (v. toseós).

 

ntoseàda sf. (pl. ntoseàde) arrabbiatura, avvelenamento. N àutra ntoseàda konpàña e krèpo un'altra arrabbiatura come questa e vado all'altro mondo.

 

ntoseòu agg. (pl. ntoseàde; f. ntoseàda) intossicato, fig. arrabbiato. Da kuànke i a faśésto fòra i luóge de so pàre, l e sènpre ntoseòu da quando hanno diviso i terreni del padre è sempre arrabbiato.

 

ntrà avv. e prep. fra, tra, in mezzo. Me son čapòu ntrà mi sono trovato in mezzo; ntrà de neàutre fra di noi; ntrà dì e nuóte fra giorno e notte, al crepuscolo; čapàse l déido ntrà la pòrta chiudersi il dito fra la porta; ntrà i pežuós e kàlke làris fra gli abeti è facile trovare qualche larice; te béto la tèsta ntrà le réğe! ti metto la testa fra le orecchie!; minaccia rivolta dagli adulti ai piccoli, quando commettono qualche marachella. Fèi le ròbe ntrà de néautre fare le cose alla buona, tra di noi, di comune intesa, senza chiedere aiuto all'esterno.

 

ntradùra sf. (pl. ntradùre) conoscenza di persone altolocate. L e ruòu añó ke le ruòu parkè l avèa bòne ntradùre è arrivato dove è arrivato perché aveva buone conoscenze, buoni e validi appoggi.

 

ntramèdo avv. prep. in mezzo, frammezzo. Me son čapòu ntramèdo mi sono trovato in mezzo; ntramèdo i faśuói e sènpre kàlke ğarìna in mezzo ai fagioli c'è sempre qualche sassolino; čapàse ntramèdo farsi sorprendere in qualche frangente (v. ntrà).

 

ntrigà, ntrigàse vb. trans. e rifl. (me ntrìgo; ntrigèo; ntrigòu) ostacolare, impedire, intralciare, intromettersi, fare il ficcanaso, il petulante, il curioso. Tìrete n la ke te me ntrìge scostati perché mi intralci; ió no vói ntrigàme io non voglio intromettermi; fig. al se a ntrigòu kon kéla tóśa e adès l a da maridàla si è compromesso con quella ragazza e ora deve sposarla; prov. i ma e i se ntrìga dapardùto con i ma ed i se non si combina niente (v. npažàse).

 

ntrìgo sm. (pl. ntrìge) intrigo, impiccio. A mi no me piàśe késti ntrìge a me non piacciono questi imbrogli.

 

ntrigós agg. (pl. ntrigóśe, f. ntrigóśa) litigioso, attaccabrighe. No sta npažàte kon kel ntrigós non impicciarti con quell'attaccabrighe.

 

ntrigòu agg. (pl. ntrigàde, f. ntrigàda) impacciato, indeciso, imbarazzato, fig. intrigato, imbrogliato. Son ntrigòu e no sèi kè fèi sono indeciso e non so cosa fare; sta àža e dùta ntrigàda questa matassa è tutta imbrogliata.

 

ntrodàse vb. rifl. (me la ntródo; ntrodèo; me la son ntrodàda) svignarsela, loc. Kuàn ke me l èi vedùda brùta, me l èi ntrodàda quando me la sono vista brutta, me la sono svignata.

 

nùdo agg. (pl. nùde, f. nùda) nudo. Te ses sènpre nùdo sei sempre nudo o poco vestito; nùdo nàdo completamente nudo; kuàn ke l èi vedù l èra nùdo nàdo quando l'ho visto era completamente nudo; loc. nùdo krùdo completamente svestito, te lo dico in modo schietto.

 

nùia pron. niente, nulla. No sèi nùia, no kapìso nùia non so nulla, non capisco nulla; loc. nùia de nùia assolutamente nulla; loc. bón da nùia buono a nulla; loc. nùia n dùto nulla di importante; prov. a ki màsa, a ki nùia a chi troppo, a chi nulla, le solite disparità sociali (v. ñente).

 

nuìža sf. (pl. nuìže) sposina, fig. fidanzata. Àsto vedù ke bèla nuìža! hai visto che bella sposina! La tradizione voleva che la nuìža, sposandosi, regalasse una camicia ai cognati e un grembiule alla suocera e alle zie.

 

nuižàl sm. (pl. nuižài) vestito degli sposi. Il vestito da sposa viene indossato il giorno delle nozze, ma anche la domenica successiva quando, insieme alla suocera, la sposa si reca a messa per prendere possesso del banco di famiglia. Il vestito dello sposo di solito è nero o comunque molto scuro e viene indossato durante la cerimonia e per le solennità dell'anno come la Pasqua e il Natale, oppure in occasione di cerimonie in famiglia, comunioni, cresime e funerali. Il sóte nuižàl è il vestito che la sposa indossa la terza domenica successiva al matrimonio per recarsi a messa (v. ndosà).

 

nuìžo sm. (pl. nuìže) sposo novello, fig. fidanzato. I nuìže gli sposi novelli; prov. nuìže e siorarìa no dòra konpañìa sposi novelli e signori non hanno bisogno di compagnia.

 

nùmero sm. (pl. nùmere) numero. I numeri cardinali sono riportati in tabella pronomi. Di su i nùmere contare, enumerare; fig. va là ke te ses n bèl nùmero va là che sei un bel tipo; tirà su n nùmero sorteggiare; no l a ñànke l nùmero de čàśa non ha neanche il numero di casa, cioè è uno spiantato.

 

nuóte sf. (inv.) notte. De nuóte dòrmo póčo di notte dormo poco; loc. vìa pa la nuóte di notte, durante la notte; l pénsa de nuóte kel ke l a da fèi de dì di notte pensa a quel che deve fare di giorno, detto specialmente di chi ne combina una ogni giorno; la nuóte e la màre de dùte i pensiér le preoccupazioni della giornata la notte arrovellano il cervello.

 

nuótola sf. (pl. nuótole) pipistrello (zool. Pipistrellus pipistrellus), fig. nottambulo. Te ses négro kóme na nuótola sei nero, sei sporco come una nottola; te ses na nuótola, te vàs sènpre a dormì kol čàro sei un nottambulo, vai a dormire sempre all'alba.

 

nuóu agg. (pl. nuóve, f. nuóva) nuovo. Èi nprimòu n vestì nuóu ho indossato un vestito nuovo; kè élo de nuóu? che novità ci sono?; kè àsto de nuóu? che cosa mi racconti di nuovo?

 

nuóva sf. (pl. nuóve) notizia, nuova, novella. Nkuói èi pròpio na bòna nuóva par te oggi ho proprio una notizia buona per te; bòna nuóva buona notizia; loc. kòrvo de le màle nuóve corvo delle cattive notizie, detto di chi sa solo portare cattive notizie.

 

nuóve agg. num. (inv.) nove.

 

Nùto, Nùta sm. (nome) ipoc. di Benvenuto e Benvenuta.

 

nùvol agg. (inv.) nuvolo, nuvoloso. Nkuói l e nùvol: faśarón kogolùže oggi è nuvoloso, faremo i covoni, tanto l'erba non seccherà.

 

nùvola sf. (pl. nùvole) nuvola. Nkuói no se véde ñànke na nùvola oggi in cielo non si vede neppure una nuvola; prov. sóra le nùvole e sènpre sarén sopra le nuvole c'è sempre il sereno, dopo il brutto viene sempre il bello; prov. se le nùvole fa làna, la pióva no e lontàna se il cielo è coperto di cirri, la pioggia è vicina; kuàn ke le nùvole fa saléte, pióva le nprométe quando le nuvole prendono la forma di nembi, promettono pioggia; kuàn ke le nùvole fa puìna, la pióva l e vižìna se le nuvole hanno forma di cirri, la pioggia è vicina; nùvol ros de domàn, da da siéra fa pantàn se di mattina le nuvole sono rosse, la sera verrà un acquazzone; nùvol ros da da siéra bón tènpo se spéra nuvole rosse di sera, buon tempo si spera.

 

nuvolàse vb. rifl. (se nuvoléa; nuvolèa; nuvolòu) annuvolarsi, offuscarsi. Se l se nuvoléa no se fa fién se si annuvola, non si può raccogliere il fieno, cioè se non c'è il sole, l'erba non si secca.

 

nuvolós agg. (pl. nuvolóśe, f. nuvolóśa) nuvoloso, annuvolato. Nkuói bonóra èra dùto nuvolós, daspò a paròu fòra questa mattina era tutto nuvoloso, poi è schiarito.

 

nuvolòu agg. (pl. nuvolàde, f. nuvolàda) nuvoloso, annuvolato, fig. preoccupato, aggrondato. Nkuói e dùto nuvolòu oggi il cielo è tutto annuvolato; kè àsto ke te ses kosì nuvolòu perché hai quella faccia così cupa? (v. nuvolós).

 

nvàde vb. trans. (nvàdo; nvadèo; nvadòu, nvadésto) invadere, occupare, ingombrare. Tu te nvàde sènpre dùto tu ingombri sempre tutto; a ti te bàsta nvàde e te ses bèlo kontènto a te basta occupare aree altrui per essere soddisfatto.

 

nvarà vb. trans. (nvaréo; nvarèo; nvaròu) inerbare, seminare erba dove prima c'era un campo. Dàto ke no e pì nisùn ke va a sapà i čànpe, e mèo ke i nvaróne dùte poiché non c'è più nessuno che va a zappare i campi, è meglio che li seminiamo e li trasformiamo in prati (v. vàra).

 

nvečà, nvečàse vb. trans. e rifl. (me nvèčo; nvečèo; nvečòu) invecchiare. A sto móndo dùto nvèča a questo mondo tutto invecchia; me nvèčo dì par dì giorno dopo giorno invecchio.

 

nvelenà, nvelenàse vb. trans. e rifl. (me nvelenéo; nvelenèo; nvelenòu) avvelenare, avvelenarsi, fig. arrabbiarsi. Sta dóta me a nvelenòu questa dóta (minestra d'erbe) mi ha avvelenato; me èi nvelenòu l sàngo mi sono arrabbiato fortemente.

 

nvelenìu agg. (pl. nvelenìde, f. nvelenìda) arrabbiato, inviperito, avvelenato. Nkuói son pròpio nvelenìu oggi sono davvero arrabbiato.

 

nvelenòu agg. (pl. nvelenàde, f. nvelenàda) avvelenato, incollerito. Se te vos deliberàte da le sorìže, béte nte čàneva dói bokói de polènta nvelenàda se vuoi liberarti dei topi, spargi in cantina alcuni bocconi di polenta avvelenata.

 

nventà vb. trans. (nvènto; nventèo; nventòu) inventare, architettare. Òñi dì te nvènte ùna ogni giorni architetti qualcosa per giustificarti; no okóre ke te nvènte bauśìe non c'è bisogno che tu inventi bugie; nvènta n àutra quel che hai detto è falso, già che ci sei inventane un'altra.

 

nvénži avv. in luogo di, contrario, invece. Nvénži de te èi mandòu to fiól al posto tuo ha mandato tuo figlio; nvénži de kontà bàle e mèo ke te dìge la verità invece di raccontare tante bugie, è meglio che tu dica la verità; tu te laóre, nvénži te dovaràe pausà n tìn tu lavori, dovresti invece riposarti un pochino.

 

nvernà vb. trans. (nvèrno; nvernèo; nvernòu) svernare, fig. mantenere gratuitamente persone o animali durante l'inverno. Era abitudine per molte famiglie prendere na vàča a nvernà; chi infatti aveva fieno in più rispetto al fabbisogno o non teneva del bestiame, si faceva dare una o due mucche da chi ne aveva molte, ad esempio dai macellai, con l'impegno di mantenerla durante tutto l'inverno, goderne dei frutti, latte, burro, formaggio e restituirla in buone condizioni non appena il proprietario l'avesse richiesto. Si trattava di un'operazione che alla fine risultava conveniente ad entrambe le parti. Stan èi debeśuói de tòle na vàča a nvernà quest'anno ho bisogno di prendere una mucca a svernare; vàdo a nvernà da me mesiér vado a passare l'inverno, a farmi mantenere da mio suocero.

 

nverniśà vb. trans. (nverniśéo; nverniśèo; nverniśòu) verniciare, colorare in genere. Domàn dovaràe nverniśà la kośìna domani dovrei verniciare la cucina economica; la doménia, ñànte de dì a mésa, la se nverniśéa l mùśo la domenica, prima di andare a messa, si trucca (v. vernisà).

 

nvès prep. verso. Di nvès la čéśa andare verso la chiesa (v. vès).

 

nvìa avv. in là, in seguito, oltre nel tempo e nello spazio. Pi nvìa più in là; tìrete pì nvìa spostati più in là; veñarèi pì nvìa verrò più tardi, in seguito; te sés nvìa de guariśón sei in via di guarigione, sei in convalescenza.

 

nvià, inviàse vb. trans. e rifl. (me nvìo; nvièo; nviòu) avviare, avviarsi, incamminarsi con andatura forte. L èi nviòu su la bòna stràda l'ho avviato sulla buona strada; al se a nviòu polìto si è ben avviato nel suo mestiere, nel suo lavoro.

 

nviamènža sf. (inv.) veemenza, forte velocità. Kél là vién dó par Pròu ko na nviamènža ke no te dìgo quello scende da Pròu a una velocità sbalorditiva. Te ses pasòu do nviamènža sei passato giù molto velocemente (v. viamènža).

 

nvidà vb. trans. (nvìdo; nvidèo; nvidòu) avvitare, invitare, accendere, avviare il fuoco. Nvìda n tìn ste vìde avvita un po' queste viti; nvidà a čàśa, a nòže, a batìdo invitare a casa, a nozze, al battesimo; nvidà l fuóu ko le frèise, ko le bauśìe, ko le rìsče, ko la kàrta accendere il fuoco coi fuscelli, con i truccioli, con le rifilature di segheria, con la carta; se no se lo nvìda polìto, l segadìžo no čàpa se non lo si accende bene, la segatura non prende fuoco.

 

nvidàda sf. (pl. nvidàde) invito. Nvidàda, marènda nprestàda ogni invito è come una merenda prestata, cioè chi ha rivolto l'invito a sua volta sa che verrà ricambiato.

 

nvìdia sf. (pl. nvìdie) invidia, gelosia, emulazione. Tu te as nvìdia par dùto tu provi invidia per tutto; fèi dùto par nvìdia fare tutto per emulazione.

 

nvidià vb. trans. (nvìdio; nvidièo; nvidiòu) invidiare. Tu te as nvidiòu dùto de dùte tu hai invidiato tutto a tutti, cioè tu sei vissuto nell' invidia; te nvìdio i fiói ke te as invidio i figli tuoi.

 

nvidiós agg. (pl. nvidióśe, f. nvidióśa) invidioso, astioso. Nvidiós te ses nasù e nvidiós te moriràs così come sei nato, morirai invidioso.

 

nviènte avv. di corsa, impetuosamente. No sta kóre màsa nviènte, se nò te tóme non correre con troppa veemenza, altrimenti rischi di cadere (v. nviàse).

 

nviènža sf. (inv.) veemenza, impetuosità. L àga veñìa do kon tànta nviènža ke la portèa vìa dùto l'acqua scendeva con tanta veemenza che trascinava via tutto.

 

nviòu  agg. (pl. nviàde, f. nviàda) veloce. L èra nviàda kóme la màre de le strìe correva velocemente come corre la madre delle streghe; secondo la fantasia popolare infatti le streghe si spostano veloci a cavallo di una scopa, e la più veloce fra loro era proprio la madre delle streghe (v. viamènža).

 

nviòu  agg. (pl. nviàde, f. nviàda) avviato, incamminato. L a na botéga nviàda polìto ha una bottega ben avviata; al se a nviòu polìto si è ben avviato, ha incominciato bene.

 

nviperì, nviperìse vb. trans. e rifl. (me nviperìso; nviperìo; nviperìu) inviperire, far arrabbiare, arrabbiarsi. Al me a fàto nviperì mi ha fatto inviperire.

 

nviperìu agg. (pl. nviperìde, f. nviperìda) inviperito, arrabbiato. No èi mài vedù to màre kosì nviperìda! non ho mai visto tua madre così arrabbiata!

 

nvižià vb. trans. (nvìžio, nvižiéo; nvižièo; nvižiòu) viziare. Te nvìžie màsa i to fiói: no i mànča ñànke l làte de pìta tu vizi troppo i tuoi figli, li accontenti in tutto (v. vižià).

 

nvižiòu agg. (pl. nvižiàde, f. nvižiàda) viziato, mal educato, incorreggibile. L e stòu nvižiòu da pìžol n su è stato educato male fin da quando era piccolo; te sés sènpre pì nvižiòu sei più viziato, sei più che mai incorreggibile.

 

nvoià vb. trans. (nvòio; nvoièo; nvoiòu) invogliare, spingere ad agire. Nùia lo nvòia nulla lo invoglia, nulla lo alletta.

 

nžènde vb. imp. (nžènde; nžendèa; nžendésto) pizzicare. Detto di ferita, di cibo o di bevanda troppo saporita o acida che da bruciore. L tài me nžènde la ferita da taglio mi brucia; le pùpole déi déide me nžènde pai diaulìns i polpastrelli delle dita mi bruciano per un principio di congelamento; siénte kóme ke l nžènde sto formài senti come pizzica questo formaggio, senti com'è piccante questo formaggio.

 

nžèndego sm. (pl. nžèndege) bruciore (prodotto da ferite aperte), pizzicore (prodotto da cibi o da bevande troppo acide o saporite). No puói pì dal nžèndego non ne posso più dal bruciore!; béve aśé e te sientaràs ke nžèndego bevi aceto e sentirai che bruciore alla lingua.

 

nženğàse vb. rifl. (me nžénğo; nženğèo; nženğòu) incrodarsi, fig. trovarsi su una cengia, essere bloccati dalle difficoltà. Trovarsi bloccati in un passaggio pericoloso tra balze di roccia, nell'impossibilità di salire ma anche di discendere, è un fatto che ricorre abbastanza facilmente nei racconti dei cacciatori e dei crodaioli. Pi de na òta a di su pa le kròde me son nženğòu più di una volta nel salire su per le rocce mi sono trovato incastrato senza via d'uscita; nte la vìta despés se se nžénğa durante la vita spesso ci si trova in difficoltà che sembrano insuperabili.

 

nžènso sm. (solo sing.) incenso. Nfumentà ko l aulìvo e l nžènso fare inalazioni con ulivo e incenso.

 

nžepedì, nžepedìse vb. trans. e rifl. (nžepedìso; nžepedìo; nžepedìu) dormicchiare, sonnecchiare.

 

nžerčà vb. trans. (nžérčo; nžerčèo; nžerčòu) mettere un cerchio di ferro a una ruota. E adès e óra de nžerčà le ròde del čaredèl ed ora è tempo di mettere il cerchio alle ruote del carretto.

 

nžérka avv. in cerca. No sta di nžérka de òñe non andare in cerca di scuse; son du nžérka de formài nostràn mi sono dato da fare per comperare del formaggio locale (v. žérka).

 

nžeròu agg. (pl. nžeràde; f. nžeràda) cerato. Téla nžeràda tela cerata.

 

nžotà, nžotàse vb. trans. e rifl. (me nžòto, nžotéo; nžotèo; nžotòu) azzoppare, azzopparsi. I me a nžotòu la pìta mi hanno azzoppato la gallina; son śbrisòu e me son nžotòu sono scivolato e mi sono azzoppato.

 

nžukerà vb. trans. (nžukeréo; nžukerèo; nžukeròu) zuccherare. Nžukerà l kafè zuccherare il caffè (v. salà).

 

nžupàse vb. rifl. (me nžùpo; nžupèo; nžupòu) inciampare, fig. trovare qualche ostacolo nella vita. Korèo màsa e me son nžupòu correvo troppo velocemente e sono inciampato; se no se sta su ko le réğe e fàžil nžupàse nte la vìta se non si sta attenti, è facile inciampare negli ostacoli che nella vita si presentano numerosi. Kéla tóśa se a nžupòu quella ragazza si è lasciata sedurre e adesso si trova nei guai.

 

nžùpo sm. (pl. nžùpe) ostacolo. Òñi tànto se čàta kàlke nžùpo ogni tanto è facile trovare qualche ostacolo.

 

 

 

 

eof (ddm 02-2009)